Il sindaco del rione Sanità
di Carmelo La Carrubba

 



Alla “Cantata dei giorni dispari” cioè problematici appartiene la commedia “Il sindaco del rione Sanità” (1960) di Eduardo De Filippo in scena dal 1 al 6 marzo 2016 al Teatro Verga per lo Stabile di Catania in cui il visionario Antonio Barracano vuole una “Giustizia giusta” e per la quale, in maniera contraddittoria, conclude tragicamente la sua esistenza.
Il personaggio del protagonista Antonio Barracano cerca di ristabilire nel suo paese un modo di essere uomini, di essere giusti, in maniera personale e con regole proprie che sono della camorra ma che egli da idealista – nella sua lotta all’ignoranza – mescola con frasi del Vangelo in una contaminazione ossimorica che sono a fondamento delle ambiguità del personaggio che però – a suo modo – ambisce ad essere uomo in un mondo – ripetiamolo – più giusto.

Un personaggio da tragedia ma con risvolti comici ed umoristici e una manifesta ironia, ben strutturato drammaturgicamente, un gigante in cui male e bene si fondono e le cui radici trovano logica consistenza nell’esistenza umana. Un personaggio analogo – per molti versi – creò Sciascia nel 1964 ne “Il giorno della civetta” e, più in là nel tempo, ne “Il padrino” Mario Puzo ci diede la figura di Vito Corleone. E se – nel nostro caso – nel finale il medico Fabio Della Ragione finalmente (ma già Barracano è morto) si stacca della mentalità del mafioso decidendosi di fare il referto per affidarsi alla Giustizia degli uomini a cui il protagonista si era sempre rifiutato di fare durante la sua esistenza anzi costruendo un sistema in cui l’unico amministratore per le cose giuste fosse lui stesso.


La vicenda si snoda attraverso colpi di scena che vanno dai due piccoli delinquenti che si affrontano con la pistola senza prima aver consultato Barracano a quella, molto più impegnativa e decisiva, di Rifiluccio Santaniello che va non a consultare ma a comunicare a Barracano che l’indomani mattina ucciderà il padre, ricco panettiere possidente, che l’aveva diseredato. Volendo ascoltare l’altra campana, cioè il padre di Rifiluccio e volendo agire da uomo e non da camorrista, Barracano decreta – involontariamente – la sua fine.
Quello che impressiona in questa tragedia è l’impostazione drammaturgica e la costruzione del personaggio principale tetragono nelle sue contraddizioni che scava, comunque, nelle falle di una società che lascia , spesso, l’individuo arbitro di faccende che sono appannaggio del malaffare.


Marco Scaccaluga ha curato la regia nel rispetto del testo di De Filippo e ha costruito un linguaggio scenico ricco di sfumature pur nell’apparente semplicità della scena di Guido Fiorito (costumi di Zaira De Vincentiis – musiche di Andrea Nicolini, luci di Sandro Sussi) e ha ridato quella consistenza al personaggio e all’attore che lo incarna che appartengono alla tradizione del grande attore capace di dominare la vicenda e di dare verità ad aspetti oscuri della sua vita. Una grande interpretazione di Eros Pagni che mette fine ai tanti che sostenevano che solo Eduardo potesse interpretare Eduardo. Rispettando Eduardo si può essere Eros Pagni in una esibizione magistrale.
Un numeroso e consistente cast in cui gli applausi, a scena aperta,sono stati non solo per il protagonista ma per Federico Nanni (il medico), Rifiluccio interpretato da Orlando Cinque e tutti gli altri da Maria Basile Scarpetta ad Angela Cimurri, Marco Montecatino, Luca Iervolino, Massimo Cagnina, Cecilia Luppoli, Federica Granata, Rosario Giglio, Pietro Mannaro, Gennaro Apicella, Gino De Luca, Gennaro Piccirilli.
Pubblico plaudente durante e alla fine della rappresentazione.