L'impresario di Smirne
di Carmelo La Carrubba

 


Così come la letteratura genera letteratura così il teatro genera teatro come nel caso del testo goldoniano “L’impresario delle Smirne” la cui realizzazione nasce da un ricordo di Eros Pagni che conservava l’emozione di un’edizione favolosa del 1957, firmata da Luchino Visconti con le musiche di Nino Rota. E così da ricordo in ricordo e da una emozione ad un’altra il regista Luca De Fusco ha adattato il testo di Goldoni ad un nuovo allestimento coadiuvato da Antonio Di Pofi in cui si racconta di una compagnia di guitti che dovrebbe portare uno spettacolo musicale a Smirne. Parliamo dello spettacolo “L’impresario delle Smirne” in scena da ieri sera 5 gennaio al Teatro Stabile Verga.


Il testo di Goldoni è una commedia brillante, dai toni ora ironici ora marcatamente satirici nei confronti delle compagnie liriche che nel mondo del melodramma non godevano di buona fama – perché enorme era il divario fra coloro i quali volevano innovare il teatro e la prassi che privilegiava le ragioni delle categorie siano esse attori, cantanti e, in particolare delle “virtuose” che imponevano a tutti i costi le loro scelte a poeti e impresari. Contro questa consuetudine Benedetto Marcello – al tempo – aveva scritto un pamphlet decisamente satirico verso quel mondo ed aveva ispirato colleghi e musici e scrittori. In primo luogo Pietro Metastasio che ne “L’impresario delle Canarie” nel raccontare la formazione di una compagnia aveva rappresentato il tema con sferzante ironia. E sempre nel detto che il teatro crea altro teatro Goldoni col suo “Impresario delle Smirne” creò la sua geniale commedia che vede il turco Alì impresario a Venezia che deve formare una compagnia d’opera da trasportare al suo paese ma disgustato dai capricci di cantanti e teatranti abbandona la partita e lascia tutti al loro destino. Lo scioglimento della compagnia porta il conte Lasca, protettore dei virtuosi, di fronte al fallimento dell’impresario, a formare una sorta di patronato degli attori.


E’ chiaro che la vicenda sia pretestuosa perché serve solo a raccontare i vizi e le debolezze di un ambiente in declino dove ancora si cercava di imporre vecchi e inutili privilegi. E la commedia rientrava anche nella grande innovazione teatrale del Goldoni per un teatro diverso sia esso musicale che non e in questa nuova visione della scena la forma della satira diveniva il modo migliore nel disegnare quel mondo perché essa era tanto efficace ed esplicita da superare l’interesse di un dotto trattato. A rendere vivaci i colori linguistici di questa commedia è l’uso dei dialetti: veneziano, siciliano, toscano, romanesco, bolognese in cui l’uso della lingua rende più sciolti i dialoghi e inoltre l’ambizione di De Fusco era quella di valicare i confini del genere e di portare la commedia brillante nella dimensione del teatro musicale appropriandosi così di una dimensione musicale che fin’ora era solo appannaggio del musical. Ed in questa operazione è inclusa anche l’esperienza dell’avanspettacolo in cui la componente comica diventa la base scenica dello spettacolo.


Mentre Visconti nel ’57 creava “un’atmosfera cecoviana di malinconica ironia” in cui la nostalgia per le cose che scompaiono incide nella visione critica di chi ha anche consapevolezza della necessità del loro tramonto, oggi, “L’impresario” è uno spettacolo in cui prevale il gioco scenico, il canto, l’ironia, la satira contro la stupidità che sempre ritorna quando socchiudiamo gli occhi e in cui la necessità di una risata è salutare nel ristabilire gli equilibri perduti.


Infine “L’impresario delle Smirne” è spettacolo brillante e piacevole e suppongo si avvallerebbe di qualche ulteriore sforbiciata al testo e un maggiore rispetto dei tempi comici da mantenere incalzanti. Si avvale di un cast di ottimi attori in cui prevale la sapienza scenica di Eros Pagni che si diverte alternando tempi drammatici a tempi comici. Di Gaia Aprea brillante e frizzante nel ruolo di Lucrezia disegnandone il personaggio con notevoli doti attorali e di cantante. Anita Bartolucci è Tognina mentre Annina è Alvia Reale che disegnano con ironia i loro personaggi e con efficacia contribuiscono a disegnare il loro ruolo di “virtuose” disposte a qualunque compromesso. Giovanna Mancia è Maccario un ruolo in travestì efficacemente tracciato attraverso l’uso del dialetto e la caratterizzazione del personaggio. Bravi Alberto Fasoli nel ruolo di Beltrame e Max Malatesta in quello del conte Lasca disegnato forse con troppa enfasi. Così Paolo Serra nel ruolo di Carluccio che tende spesso verso la macchietta. Enzo Turrin è Nibbio. Al pianoforte Marco Persichetti piacevole ed efficace. Le scene sono di Antonio Fiorentino e i costumi di Maurizio Millenotti sono smaglianti ed ironici come la partitura del testo.
Pubblico divertito e plaudente durante e alla fine dello spettacolo.