Sogno di una notte di mezza sbornia
di Carmelo La Carrubba

 


Dalla miseria alla ricchezza il passo è breve se ci affidiamo ai sogni; se viviamo una vita grama come lo è per buona parte del popolo minuto, il sottoproletariato, l’unico modo per pensare ad un futuro migliore per sopravvivere al nero quotidiano è quello di giocarsi le ultime speranze o meglio gli ultimi pochi soldi al gioco del lotto per ribaltare la propria posizione e da povero diventare ricco.
E’ quello che succede a Pasquale Grifone nella commedia di Eduardo De Filippo “Sogno di una notte di mezza sbornia” (1936) in scena al Teatro Verga ospite del Teatro Stabile di Catania in cui il protagonista riceve in sogno la visita del poeta Dante Alighieri (il cui busto sta in bellavista in una misera stanza) che gli suggerisce quattro numeri da giocare al lotto sottolineando che sono anche la data della sua imminente fine. Pur annebbiato da qualche bicchiere di vino in più Pasquale Grifone gioca i numeri suggeriti da Dante: i numeri vengono estratti e Pasquale vince una somma considerevole.
Come in “Non ti pago” così in questa commedia il soggetto è il Lotto che non è il tipico gioco soltanto dei napoletani perché assistendo alla nascita di questa commedia la cui prima stesura “La fortuna si diverte” (1933) è di Athos Setti per la scena toscana e subito dopo, nel 1934, c’è, in romanesco, una versione con Ettore Petrolini “La fortuna di Cecè”, completa il quadro la versione in siciliano per Angelo Musco “La profezia di Dante”, possiamo ben dire che il fenomeno è nazionale e l’epidemia ludopatica non ha risparmiato nessuno e se ridiamo delle peripezie di un vincitore stendiamo un pietoso velo di ipocrisia su coloro che sono stati distrutti dal gioco del lotto.
Il nostro protagonista pur vincente e con le tasche piene di soldi non riesce ad essere felice perché un dubbio atroce ne offusca il godimento e così la sua vita si trascina in una attesa sofferta in cui vengono coinvolti familiari e parenti creando così le tante sfaccettature di una drammaturgia che sostenuta dal tragico si dissolve in un umorismo dai risvolti ora comici ora grotteschi.
Anzi la chiave di lettura del linguaggio scenico che la regia di Armando Pugliese ha impresso alla commedia è quella del grottesco che attraverso le contraddizioni del reale trova la comicità delle situazioni e dei comportamenti nonché le gag verbali. Ma dove eccelle la vivacità del linguaggio scenico è nelle situazioni macabre quando la sofferenza del protagonista, la sua depressione simula l’attesa morte, i contorcimenti di un moribondo, che invece di un avvenimento tragico diventa, nel paradosso, una situazione grottesca cioè comica. Con un ultimo colpo di scena che trasforma ulteriormente il tragico in comico e la deformazione paradossale in grottesco si chiude il sipario con un finale che non sveleremo.
Grande interpretazione di Luca De Filippo che pur in una situazione corale fra moglie e figli e vicini ha caratterizzato il personaggio al meglio delle sue possibilità: un poveruomo che alza il gomito, che non sa resistere alle pulsioni ludopatiche, che di fronte alla ricchezza vede solo, e a ragione, le miserie degli altri, e che forse rimpiange la sua posizione di uomo che spera e sogna e beve. Ma in quello che fa non c’è rimpianto.
Pur in una galleria di ritratti del parterre napoletano in cui si rischia il cliché si distinguono per bravura le interpretazioni di Carolina Rosi, la moglie,Giulia Pica, la figlia, Giovanni Allocca, il figlio, eppoi Nicola Di Pinto, Gianni Cannavacciuolo, Carmen Annibale,Massimo De Matteo.
Le scena sono di Bruno Bonincontri; i costumi di Silvia Polidori, le musiche, deliziose, di Nicola Piovani; le luci di Stefano Stacchini,
Pubblico attento e divertito per tutto l’arco dello spettacolo, plaudente durante e con numerosi richiami alla fine dello spettacolo.