Una solitudine troppo rumorosa
di Carmelo La Carrubba

 


Una favola reale dai risvolti allegorici e fortemente simbolici è lo spettacolo “Una solitudine troppo rumorosa” di Filippo Arriva che dall’ossimoro del titolo perviene alla finalità pedagogica di ammonire che il sapere e con esso la lettura non venga perduto.
Spettacolo in scena al Teatro Musco per lo Stabile di Catania dal 17 al 26 di aprile.
Il testo è liberamente tratto dal racconto “Psilis Hlucna Samata” di Bohumil Hrabal tradotto da Sergio Corduas adattato per il teatro dal giornalista e drammaturgo Filippo Arriva : narra di un ometto di nome Hanta che ha il compito di ammucchiare nella sua macchina pressatrice di imballare e mandare al macero le balle che verranno smaltite altrove.
Il nostro omino dallo “sguardo puro e innocente” che nel corso degli anni ha scovato e letto tanti libri importanti è diventato – controvoglia – una persona istruita; ha, fra l’altro, capito che c’è un mondo popolato da una umanità rifiutata ma vitale e imbevuta di poesia che vuole vivere in amicizia e lui è suo amico. Il personaggio principale richiama alla mente un’altra figura visionaria che fu creata e rappresentata da Chaplin che – anche lui – manifesta grande solitudine ed una enorme umanità.
Hanta nel suo lavoro svolge la missione di trasformare lo scarto in un oggetto pregiato da scoprire e fare apprezzare e lo fa da 35 anni ma una decisione dall’Alto sostituisce la sua macchina con una più potente ed efficiente, fredda esecutrice di imballaggi perfetti che soppianterà la funzione dell’omino e cosi’ il suo mondo poetico scomparirà A questo punto Hanta lancia un messaggio agli altri attraverso sé stesso: come un libro si farà imballare per raggiungere gli altri e trovare li’ il suo posto affinché poesia e sapere non vadano perduti.
Una visione poetica intramontabile per chi di poesia si nutre in una attualità piatta in cui il richiamo utopico al buon convivere e al sapere non è inutile!

Per dare forma teatrale alla scrittura letteraria Francesco Randazzo – sua la regia – ha scelto di creare un linguaggio scenico la rievocazione dell’archetipo di Hanta cioè Charlot, quello delle “comiche”, che le musiche di Mario Modestini e le luci di Franco Buzzanca hanno concorso a fare rivivere pur in una storia diversa ma dalla profonda affinità intellettuale e poetica.
Le scene e i costumi di Dora Argento hanno creato l’abitat di Hanta dove in un sotterraneo pieno di cartacce, libri, rifiuti, topi e una grande pressa che serve al suo lavoro in cui si sviluppa una vicenda vera ma dai contorni metafisici nella quale c’è posto anche per l’amore puro di Hanta verso una ragazza
Questo personaggio che viene presentato come un consumatore di birra è soprattutto un sismografo lucido che registra il mutamento di un’epoca e la conseguente crisi: da qui il “grido” di Hanta, da qui il suo messaggio.

Grande tema ambizioso per una drammaturgia che non sempre diventa linguaggio scenico pur riconoscendo a Stefano Onori una ottima interpretazione nel creare il personaggio di Hanta che affonda nella sua “rumorosa solitudine” e qui c’è il dramma che non viene rappresentato.
Buono il cast composto da Vitalba Andrea, Plinio Milazzo, Luca Iacono, Ludovica Calabrese, Pietro Casano, Marta Girello, Lorenza Denaro, Luciano Fioretto, Valeria La Bua.
Funzionali i movimenti scenici di Donatella Capraio.
Pubblico attento e plaudente alla fine della rappresentazione.