La strada
di Carmelo La Carrubba


 

Le trasposizioni teatrali o cinematografiche sono quasi sempre delle operazioni commerciali più che culturali e spesso lo spettatore si trova davanti a spettacoli che mancano di autonomia perché non riescono a riscattarsi dalla matrice originaria.
Non è il caso – per fortuna – de “La strada” di Tullio Pinelli e Bernardino Zapponi (sceneggiatori del film omonimo di Federico Fellini) regia di Massimo Venturiello in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania.
Quella della “Strada” è una storia greve, tragica raccontata con la semplicità e la leggerezza di una scrittura essenziale che è dei poeti – quando parlano di favole.
La vicenda si snoda su una “Strada” che è il mondo degli emarginati a cui appartengono i due protagonisti Zampanò, Massimo Venturiello e Gelsomina, Tosca, che con una casetta viaggiante cercano di sbarcare il lunario.
Questa umanità disperata rappresenta una verità lancinante che appartiene ad un mondo subalterno dove sono presenti nella loro essenzialità i sentimenti umani che ne regolano la quotidianità.
Zampanò è un rozzo, un violento che si esibisce spezzando le catene coi muscoli pettorali mentre la fragile Gelsomina, di cui è diventato padrone comprandola per pochi spiccioli, lo segue senza volontà. Nel loro girovagare hanno l’opportunità di esibirsi in un circo dove Gelsomina fa amicizia, simpatizza con il funambolo, chiamato “il matto” , con cui si apre mentre il rapporto con Zampanò era di netta incomunicabilità. Zampanò accecato dalla gelosia in un moto di collera uccide “il matto”; la ragazza impazzisce e Zampanò terrorizzato L’abbandona. Anni dopo, ormai vecchio, Zampanò venuto a conoscenza della morte di Gelsomina ha modo di riflettere sulla sua ferocia e finalmente le lacrime del pentimento bagnano i suoi occhi.
La storia è comunque una denuncia della violenza che quotidianamente si consuma ne “La strada” ma è anche l’esigenza di svelare quanto di puro, essenziale ci sia in un individuo. Come il candore, anche di una ragazza ritardata, sia una componente essenziale della persona che miracolosamente ha mantenuto pulita, pur calpestandolo, il fango de “La strada”.
Quello che ha reso credibile e affascinante la vicenda è stata non solo la sapiente mistura di prosa e canto e l’abile adattamento al teatro quanto la felice scelta dei protagonisti di una storia che hanno saputo interpretare con aderenza al loro mondo di disadattati in cui il silenzio la fa da padrone dove la violenza è l’insidia peggiore che si insinua nei rapporti umani fino a distruggerli e dove la purezza dei sentimenti viene calpestata senza che ce ne rendiamo conto.
Massimo Venturiello e Tosca sono i tristi eroi di questa tragedia del nostro tempo, due attori che esprimono l’uno la forza drammaturgica del violento e l’altra la grazia, il candore dell’amore represso della vittima; sono anche due formidabili cantanti e Tosca – in particolare – perché ha una limpidezza della voce e la ricchezza dei toni che esprimono gli stati d’animo di questa povera serva. Gran merito delle musiche di Germano Mazzucchetti e delle canzoni di Nicola Fano e Massimo Venturiello che oltre a non far rimpiangere la bella musica di Nino Rota hanno aggiunto una drammaticità che è del teatro.
Camillo Grassi ha interpretato “Il matto” con originalità e convinzione rendendo simpatico il personaggio che ha riscosso il consenso del pubblico; Franco Silvestri è Fiore, il circense; Barbara Corradini, Gabriella Zanchì, Chiara Di Bari, Dario Ciotoli sono i rappresentanti di questo mondo, l’ambiente umano con cui Zampanò e Gelsomina vengono a contatto. Ben ricchi di colori i costumi circensi di Sabrina Chioccchio e le coreografie di Fabrizio Angelici.
Uno spettacolo – ripeto – che nella sua semplicità e leggerezza è riuscito ad affascinare il pubblico commuvendolo.
Pubblico soddisfatto e plaudente.