La tempesta
di Carmelo La Carrubba

 


Assisto al secondo spettacolo scespiriano “La tempesta” ( Il primo è stato “Il mercante di Venezia in prova”) ed è diventata una componente espressiva l’esibizione ossessiva di un gesto auto-erotico. Inutile e volgare.
Confidava una spettatrice ad una sua vicina di posto in maniera da farsi sentire che, in un prossimo spettacolo all’apparire di un letto in scena – dati i precedenti – non le rimaneva che alzarsi e andarsene. Essendo il pubblico una componente essenziale dello spettacolo, ne riferisco da cronista.
Shakespeare fu uno sperimentatore instancabile puntando al favoloso, al suggestivo, al magico, alla riflessione sui parenti e sul potere fino alle sue ultime opere e fra queste – appunto – “La tempesta” lo spettacolo in scena al Teatro Stabile Verga di Catania per la regia di Andrea De Rosa e l’interpretazione, nel ruolo di Prospero di Umberto Orsini.
Nella rivisitazione di De Rosa assistiamo alla rappresentazione di quanto succede al protagonista dopo la tempesta che l’ha lasciato naufrago e senza regno. Il tutto rivissuto lucidamente come in un sogno che si sviluppa in un labirinto e ha i contorni dell’incubo e va a soluzione attraverso l’analisi e la consapevolezza del protagonista.
Significativo è l’intenso colloquio fra Prospero e la figlia Mirando attanagliata dalla paura e le rassicurazioni del padre che, spodestato dal fratello in combutta col re di Napoli porta ordine e rigore nella vicenda per venirne a capo.
Eliminata la vendetta contro l’usurpatore, c’è il perdono per avviare a soluzione uno dei tanti mali che affliggono l’umanità. E qui la forza di Prospero ha del magico in quanto incarna il potere che può risolvere ogni situazione sia politica che sentimentale: cosa che avviene in questo sogno che alla fine ha il sapore di realtà.
Non c’è più Prospero che spezza la sua bacchetta magica ma un uomo che per vivere e per essere giusto non deve ricorrrere alla magia ma all’equilibrio della ragione, il potente che libera Ariel e ridà l’isola a Calibrano.
In questo spettacolo c’è una identificazione metaforica fra l’uomo di potere e l’uomo di spettacolo capace di evocare con la forza della immaginazione tutto un mondo visibile ed invisibile reale o fantastico in un periodo in cui sono cadute le tante utopie politiche e quindi c’è la riaffermazione fantastica del teatro e della sua funzione. Che, osserviamo noi, non è una panacea ma un percorso artistico che deve diventare propositivo e convincente. Non basta solo evocarlo. In questa storia scespiriana c’è un personaggio negativo, Calibrano, che qui assume la tipologia del disadattato affetto da auto-erotismo, del timido succube che a sua volta diverrà padrone dell’isola. Una testimonianza della persistenza del male o della debolezza umana che nella pacificazione generale è senz’altro un atto di ottimismo necessario come antidoto alla disperazione.
Umberto Orsini è un lucido Prospero fisicamente stanco. Flavio Bonucci è Antonio; Nino Bruno è Ferdinando; Rino Cassano è Ariel; Francesco Filetti è Sebastiano; Carmen Paternoster è Trinculo; Rolando Ravello è Calibrano; Federica Mandrini è Mirando.
Scene e costumi di Alessandro Ciammirughi.
Pubblico attento e alla fine plaudente.