Terra matta
di Carmelo La Carrubba

 

 

Il fenomeno Rabito nacque nel 1899 a Chiaramente Gulfi un paesino degli Iblei posto su un terrazzamento che guarda da lontano il Mediterraneo. I quaderni della sua autobiografia costituiscono il racconto del Novecento di chi per quasi una vita è stato nullatenente. Il personaggio Vincenzo Rabito non appartiene ai vinti narrati dal Verga perché oltre ad essere un tipo tosto ha una rabbia enorme per la malasorte subita e vuole rovesciarla e racconta la sua vita “molto maletratata e molto travagliata e molto desprezzata” quasi a svergognare coloro che gli e l’hanno imposta. Volle raccontarla – il cantoniere Rabito – perché capì che la sua vita somigliava a quella di tanti altri anzi, a quell’epoca, costituiva l’epopea di tanti poveri disgraziati.


Il padre di Vincenzo Rabito morì a 40 anni ed egli a 7 anni dovette andare a lavorare per evitare il disonore alla madre e la fame ai suoi sette fratelli e non appena giovanotto viene chiamato a fare il soldato a Siracusa ma subito dopo scoppiò la Prima Guerra Mondiale ed egli partì per il fronte. Fame e sporcizia. Morti ovunque. E nel dopoguerra ancora fame e ricerca di un lavoro e mentre i partiti politici impazzavano egli dovette barcamenarsi e non poteva permettersi il lusso di una “fede politica”.
La scrittura di Vincenzo Rabito svela un mondo apparentemente fantastico ma ferocemente reale e le sgrammaticature costituiscono non un limite ma rappresentano una nuova grammatica come prerogativa di un vero narratore.


Vincenzo Pirrotta nello spettacolo eponimo “Terra matta” in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania mette in scena l’autobiografia di Rabito con un linguaggio scenico appropriato alla fantasia dell’autore. E la creatività dell’attore e regista attraverso la potenza espressiva del centista fa rivivere sulla scena il mondo contadino del Rabito.
L’impianto scenico del Pirrotta che ha curato pure adattamento, interpretazione e regia, è semplice e pratico nei percorsi e negli sviluppi dei fatti narrati che avvengono attraverso una visualizzazione fantastica – quasi favolistica – mentre una minuscola orchestra accompagna le vicende del protagonista e dei suoi interlocutori.
Il racconto del Pirrotta mantiene inoltre un’impronta grottesca nel rappresentare vicende e personaggi e questa nota stilistica li ha resi vivi e vegeti.
La fantasia creativa del regista, i costumi splendidamente disegnati da Giuseppina Maurizi, i movimenti coreografici creati da Alessandro Luberti hanno dato forza a tutta la storia. Così le musiche di Luca Maceri hanno accompagnato con pacata e gioiosa allegria le vicende sottolineando i passaggi epocali con sottile ironia. Come sempre funzionali le luci di Franco Buzzanca nel creare le adatte atmosfere.


Amalia Contarini è stata l’ottima interprete dalle molte facce (Mamma Rosa/ La Madre/ Puttana/ Soldato/ Donna Pensione/ Moglie). Così Marcello Montalto, Alessandro Romano, Mario Spolidoro bravissimi anch’essi nei tanti ruoli. I musicisti-attori: Salvatore Lupo, violino e violoncello; Giovanni Parrinello percussioni, chitarra, basso; Mario Spolidoro organetto, chalmenau, chitarra.


Di grande effetto è stata la potenza esplosiva del Pirrotta centista: un notevole incipit dello spettacolo che prosegue spedito mentre la visualizzazione scenica non piglia il sopravvento con le scenette nel narrare fatti e avvenimenti in maniera piacevole che però non hanno l’intensità travolgente dell’oralità del cuntista.


Spettacolo ben gradito dal pubblico che ha applaudito durante e soprattutto alla fine.