Terra matta
di Carmelo La Carrubba

 

Nel rivedere uno spettacolo teatrale a distanza di sei anni c’è la possibilità di consolidare un giudizio critico e nello stesso tempo di risvegliare nuove emozioni: è quanto è successo al sottoscritto per lo spettacolo “Terra matta” di Vincenzo Rabito nell’adattamento di Vincenzo Pirrotta, sua la regia e l’impianto scenico, sul palcoscenico del Teatro Musco per lo Stabile di Catania dal 2 al 13 dicembre 2015.
La singolarità del Teatro – rispetto ad altre forme artistiche e alla loro staticità – consiste nell’elemento umano, nell’attore che ogni sera deve trovare creatività, motivazioni, e risorse del mestiere per rinnovare emozioni e dare splendore allo spettacolo. E’ quanto è successo alla “Prima” di questo spettacolo per la straordinaria capacità dell’attore Vincenzo Pirrotta di imprimere al suo personaggio una vitalità e una verità incontrovertibile.
Vincenzo Rabito classe 1899 scrisse la sua autobiografia in tarda età: lui analfabeta si servì dell’oralità iblea per raccontare la sua vita. Nato a Chiaramente Gulfi andò a 7 anni a lavorare – morto il padre quarantenne – per mantenere la madre e sette fra sorelle e fratelli. Non ancora diciottenne fu precettato per la guerra 1915/18 e fece l’esperienza di soldato nelle trincee. Dopo fu l’Africa; racconta , inoltre , l’esperienza del Fascismo e del dopoguerra e che finalmente ebbe il posto fisso al suo paese: cantoniere delle strade siracusane.
La forza della oralità narrativa di Rabito consegnata ad un diario pubblicato da Einaudi sta nella rabbia che uno del popolo cerca lavoro per sfamarsi, per non essere umiliato dalla vita, nel mantenere comunque una dignità, nell’avere figli e nell’avere l’orgoglio non solo di crescerli ma di vederli qualificati in una professione.
E’ la autobiografia di Rabito un documento singolare ed eccezionale per la forza sferzante di un italiano, della sua parola, per la verità che documenta e sprigiona, per la visione di un periodo storico per capire il “secolo breve” visto dal basso, da una classe subalterna che partecipò agli eventi storici subendoli.
La forza di Pirrotta nel rappresentare questo mondo e questa esperienza umana consiste nell’essere oltre che un attore, un regista, anche un cuntista cioè un narratore che affida al gesto, al linguaggio del corpo, alla oralità lo spirito del racconto. Ma lo spettacolo non si è fermato a questo suo notevole impegno. Pirrotta ha arricchito con una orchestra di tre elementi che suonano più strumenti la narrazione collocando l’orchestrina in uno spazio scenico inoltre alla parola ha aggiunto la rappresentazione del contenuto del racconto con la presenza di cinque attori che ognuno in vari ruoli ha dato vita ai personaggi che hanno interagito con Vincenzo Pirrotta. Ne è nata una creatura scenica con un linguaggio teatrale ricco, empatico, trascinante che ha fatto risaltare la rabbia non solo personale del protagonista ma anche quella del mondo contadino e degli umili che hanno vissuto e vivono in Sicilia, in Italia.
Uno spettacolo in cui spiccano – ripeto – le doti del cuntista che rivela l’anima antica di una Sicilia povera ed analfabeta ma che nell’oralità trova il riscatto di una verità storica e umana. Uno spettacolo che nella sua rappresentazione ha assimilato la lezione di Brecht e che mantiene una forza trainante corale che è dell’epica.
Ecco i cinque ottimi attori: Marcello Montalto, Lucia Portale, Alessandro Romeo, Mario Spolidoro; e i tre musicisti: Salvatore Lupo, Luca Maceri, Mario Spolidoro.
Pubblico interessato ed attento durante tutto lo spettacolo della durata di circa due ore senza intervallo che “volano” leggere: emozionato e plaudente alla fine della rappresentazione in maniera intensa quasi una ovazione.