| La fine è il mio
inizio |
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di Carmelo La Carrubba |
Tiziano
Terzani (1938-2004) è stato un giornalista professionista che ha girato
il mondo per conoscerlo e farlo conoscere e l’ha fatto da uomo
innamorato della vita in cui ha impegnato la sue convinzioni religiose e
la sua filosofia di vita. La passione per l’oriente e quanto “assorbito”
in questo itinerario esistenziale senz’altro affascinante e ricco di
esperienze profonde e particolari. Un itinerario cha la vita non ha
concluso perché da questo lungo e fruttuoso dialogo avuto con il figlio
Fosco ne è nato un libro pubblicato postumo “La
fine è il mio inizio” (2006) in cui oltre a essere il
documento dei pensieri di un padre detti al figlio è interessante perché
indaga sulla natura dell’uomo, sul suo modo di vivere, riflettendo su
uno dei momenti più fragili della vita umana, quale la morte,
riconsiderandola come una pausa che però non ferma il fluire della vita
stessa. Una visione mistica di grande fascino che rende sereni di fronte
ad un evento che oggi l’occidente non affronta ma accantona come se
l’evento ci fosse estraneo.
L’attore
Mario Maranzana fu subito rapito dal libro introducendo nel
dialogo la grande potenzialità e nel trasporto del testo sulle tavole
del palcoscenico sapeva del valore metaforico di quelle parole che
avrebbero coinvolto altri uomini attraverso l’intelligente e accorta
regia di Lamberto Puggelli che ha creato un interessante e
bellissimo spettacolo in scena al Teatro
Ambasciatori per lo Stabile di Catania. Il protagonista è
Maranzana nei panni dello scrittore e in una identificazione fisica con
il Terzani che dialoga col figlio, interpretato da Roberto Andrioli
con misura e distacco di fronte a quella che sarà la morte del padre
perché l’avvenimento, per quanto sia straziante e doloroso, non viene
considerato come tale ma quale epilogo naturale e forse premessa di
altre forme con relative importanti esperienze.
In questa impostazione scenica e drammaturgica in l’effetto straniante
consente all’affabulatore di raccontare per far riflettere più che per
affascinare (stavo per dire ammaliare) si snoda la meditazione di
Terzani, il suo convincimento che è diventato discorso scenico,
affermazione di un convincimento. A questa suggestione hanno contribuito
i costumi di Luisa Spinatelli mentre la musica di Filippo Del
Corno ha accompagnato senza forzatura il discorso scenico.
La regia ha sapientemente creato ritmi e atmosfere a cui ha aggiunto la
rappresentazione filmata amalgamandola al testo, anzi rendendola parte
integrante di esso. E’ veramente suggestiva l’interpretazione di Mario
Maranzana nel far rivivere Terzani, le sue esperienze di giornalista
inviato in oriente, i suoi incontri con i monaci cambogiani, ma
soprattutto il suo rapporto col figlio dalla cui esigenza è nato il
colloquio, che con lui diventò poi testo scritto.
Lo spettatore in fondo ripercorre lo stesso cammino e alla fine ha un
arricchimento umano e artistico.
Spettacolo a lungo applaudito.