Totò e Vicè
di Carmelo La Carrubba

 


L’introduzione allo spettacolo “Totò e Vicè” (1992) di Franco Scaldati andato in scena al Piccolo Teatro di Catania con la metafora sui cappelli fatta da Gianni Salvo la dice lunga sulla concezione di chi la propone nel dividere il mondo fra chi porta questo copricapo ( il pubblico a cui è stato imposto dal regista ) anzi questo tipo di copricapo che lo caratterizza e chi non ne ha bisogno ( anche se i cappelli posti sulla scena ne condizionano il percorso) perché vive liberamente senza essere omologato (“Voscenza benedica” diceva il cafone rivolto al proprietario terriero) come chi sta sul palcoscenico.

Lo spettacolo innanzitutto vive nella dimensione culturale di un regista che sta in Europa con Beckett ma tiene i piedi per terra, assieme a Scaldati, nella sua Sicilia dove i personaggi “pensano, parlano, agiscono in dialetto arcaico” e si muovono – perché il loro è un viaggio – su una carretta – come due zingari – che dai tempi di Tespi percorre tutta la storia del teatro fino a Pirandello e Brecht.

Inoltre al realismo del teatro tradizionale e borghese nella rappresentazione della realtà il Piccolo con Gianni Salvo pone il teatro come utopia in cui la visionarietà del sogno ne diventa la chiave di lettura: pertanto il reale diventa surreale e i personaggi Totò e Vicè appartengono alla universalità di Estragone e Vladimiro, mantenendo una laicità senza speranze. Infatti Totò e Vicè – questi due apparenti “scimuniti” - sono consapevoli che la loro esistenza è legata alla carta e alla penna che li ha creati e vivono, con innocente leggerezza, il loro viaggio sulla terra.

Essi ,pur nella loro apparente inutilità, diventano testimoni, anche se rassegnati, dello scorrere della vita e pur sempre nella loro apparente inutilità diventano – con le loro riflessioni – profondi conoscitori del significato dell’esistenza.

Un sogno libertario e liberatorio + quello creato da Gianni Salvo attraverso i suoi protagonisti dello spettacolo che possono essere visti come due barboni o come due bambini: essi rappresentano dell’Essere l’incarnazione poetica dell’animo umano nella sua pura in contaminazione.

Una visione utopica e visionaria della vita totalizzante che forse solo la poesia ne può accogliere ed esprimere tutta l’intensità ma che – suggerisce Magris con saggezza – ha bisogno del relativo disincanto. Per non finire in follia.

Carlo Ferreri e Aldo Toscano, i due attori protagonisti, l’uno lo strampalato sognatore è Totò mentre Vicè è di Ferreri che lo ha reso irresistibile con una comicità circense dai toni surreali: entrambi sono stati bravi nell’attraversare questo sogno scenico con un dialetto corposo pur in situazioni particolari.

Pubblico plaudente durante e alla fine dello spettacolo.