Un tram che si chiama desiderio

di Carmelo La Carrubba

 

Il desiderio, si sa, è il tema dell’amore e il tram che si chiama desiderio può portare sia il paradiso che l’inferno. Esattamente come nella vita o nella metafora teatrale di Tenneesse Williams in cui conduce decisamente all’inferno.
“Un tram che si chiama desiderio” (1947) è lo spettacolo in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile catanese per la regia di Antonio Latella che propone una nuova lettura scenica per svelare quanto sottaciuto dall’autore.
E il nuovo linguaggio nasce dall’analisi psicoanalitica in cui i personaggi, prima di essere rappresentati, raccontino sé stessi. Infatti Blanche la protagonista, va a ritroso nel tempo raccontando il suo passato mentre è accolta dal medico che la protegge. L’analisi scava nel profondo e svela come nella famiglia si consumi il dramma di Blanche : si costituisce – come in Pirandello – quella che fu definita la “stanza della tortura” dove hanno origine tante patologie che evolveranno verso la pazzia. Perché Blanche è una creatura fragile con un mondo popolato da incubi dove verità e bugie, realtà e finzione si confondono nella mente di una alcolizzata che ha con il sesso un complicato rapporto: desidera la delicatezza da individui rozzi e volgari da cui viene attratta e quando adorò il suo amore scoprì che era un omosessuale che “scoperto” si suicidò. (Altri tempi!).
Per rappresentare il mondo di Blanche la scenografa Annelisa Zaccheria ha occupato tutto lo spazio scenico del teatro ricreando una mappa cerebrale dove sono presenti i luoghi del personaggio e dove si accendono e si spengono fisiologicamente – a seconda delle emozioni – le luci e i rumori percepiti dalla protagonista. Le luci di Robert Resteghini e il suono di Franco Visioli interagiscono in un unico disegno registico nell’aver creato un linguaggio drammaturgico efficace che riflette il pensiero dell’azione scenica di ciascuno dei protagonisti.
Così le luci del palcoscenico che abbagliano il pubblico all’ingresso in sala così come le luci di sala per quasi tutta la durata dello spettacolo (circa tre ore) restano accese annullando qualsiasi separazione perché è una storia che può svolgersi ovunque e capitare a ciascuno di noi
In questo dramma spiccano le personalità delle due sorelle che rappresentano due universi femminili diversi: l’una per il suo disagio esistenziale l’altra per la corposa partecipazione alla realtà. Blanche è istruita, colta, ma segnata dalla malattia sta in scena quasi immobile ma emotivamente è vibrante. Mentre Stella, la sorella, è solida nel fisico e vive la sua normalità in attesa di un bimbo. Il marito di Stella è rozzo è volgare ma non privo di intelligenza e di capacità intuitive nello svelare i segreti della cognata: rappresenta il motore del dramma. Straordinaria è l’interpretazione di Laura Marinoni nei panni di Blanche. Bravissima Elisabetta Valgoi nel ruolo della sorella Stella per il diverso modo di rapportarsi alla vita, alla volgarità e alla violenza del marito.
Interpretato da Vincenzo Marchioni il ruolo di Stanley che pur non volendo fare paragoni impossibili non fa dimenticare Brando, Mastroianni, Santuccio, Gassman, ma raggiunge una sua credibilità per l’astuzia e la crudeltà che ha dato al suo personaggio che rappresenta la rovina della cognata sia svelandone il passato che violentandola
Rosario Tedesco è il dottore e ha una funzione importante nel ritmo del racconto. Giuseppe Lanino (Mitch) è l’innamorato di Blanche che non sa possederla pur essendo fisicamente vigoroso, “ricalca” nell’immaginario della protagonista il suo giovane marito. Amabile Pavone – l’infermiere – completa l’ottimo cast.
Questo spettacolo ha toni espressivi spesso duri e disinvolti ma in esso non mancano sequenze di grande fascino fino a scatenare forti emozioni non disgiunte da lungaggini e cadute di ritmo che né l’eccessiva sonorità né l’irritante luminosità (da sfiorare l’inquinamento acustico e visivo) potevano compensare. Uno spettacolo forte che non accetta le mezze misure e pone lo spettatore nella scomoda posizione se accettarlo o rifiutarlo ma che l’ha però tenuto fino alla fine attento sulla poltrona. Applausi tanti alla fine per la bravura degli attori.