La trilogia della villeggiatura
di Carmelo La Carrubba


Nel 1954 Giorgio Strehler portò sulla scena del Piccolo Teatro di Milano il primo storico allestimento unitario, sintesi delle tre commedie di Goldoni sull’argomento della villeggiatura; in epoca recente lo stesso testo fu portato in scena da De Fusco, infine, nel 2007 nuovo debutto al Piccolo che affida la rivisitazione, l’interpretazione e la regia alla sensibilità dell’attore e regista Toni Servillo che ha curato l’edizione in maniera personalissima.
Parliamo dello spettacolo “La trilogia della villeggiatura” di Goldoni in scena al Teatro Ambasciatori per il Teatro Stabile di Catania che incentra la problematica della villeggiatura che, mobilitando annualmente tanta gente su quella particolare mania, agita le persone come una febbre, stravolgendone i ritmi abituali.


Ai tempi di Goldoni il fenomeno della villeggiatura era appannaggio delle classi agiate, in particolare la borghesia, perché la più danarosa; serviva a mostrare lo status simbol in cui era pervenuta l’agiatezza di quella famiglia e da qui invidie, rancori, gelosie, arrivismi fra dislivelli sociali marcati che segnavano vita e condizioni di una o più persone. Attraverso le sue commedie Goldoni volle rappresentare quel mondo a lui contemporaneo, spinto da finalità pedagogiche, e ne fece un affresco importante che per la sua modernità tanto somiglia a quello attuale. Puntando la sua indagine sulla smania dei protagonisti, la frenesia, l’euforia, l’angoscia di fare la villeggiatura, di essere presenti, di apparire a qualunque costo e che, pur di apparire, è disposta a fare debiti perché vuole vivere al di sopra delle proprie possibilità. Creando le premesse di una società dove il denaro è tutto e tu sei ciò che hai: istaurando il mito del denaro.


E da qui intrighi e matrimoni combinati per risanare bilanci in rosso e fallimenti in agguato. In questa ricerca nevrotica della “felicità” a tutti i costi si inserisce l’acuta analisi letteraria di Goldoni e del suo teatro, cruda e per certi versi spietata nel disegnare con realismo il quadro della situazione che va dai preparativi per la partenza, alla villeggiatura, alla conclusione e ritorno alla vita normale, spesso alla realtà del risveglio.
La modernità del testo non solo nella affinità dei temi ma quanto sul fatto che oggi la smania della villeggiatura coinvolge tutte le classi sociali facendo nascere il turismo di massa in cui la villeggiatura è vissuta come un obbligo con tutte le caratteristiche negative del caso.
L’umorismo goldoniano ha così avuto modo di apparire osservando “l’ambizione dei piccoli” che vogliono apparire grandi senza esserlo e questo – secondo l’Autore – è il ridicolo che ha cercato di porre in veduta per correggerlo, se fia possibile” .
Su questa scia ma con un disincanto tutto napoletano Servillo guarda quel mondo con l’esperienza delle varie villeggiature dell’oggi e il suo umorismo è francamente amaro.
Su una scena essenziale ma funzionale ed efficace firmata da Carlo Sala in cui si muovono i personaggi vestiti con eleganza dai costumi disegnati da Ortensia De Francesco tipici dell’epoca si snoda la vicenda diretta da Toni Servillo ( per ben tre ore di spettacolo appesantite da un robusto ritardo che potrebbero essere ridotte per non sovraccaricare la fatica degli attori e l’attenzione degli spettatori; anche perché la “circola” se è indubbiamente musicale è spesso una risorsa; ha però nella sua ripetitività una monotonia che si incontra con la noia) che punta sullo scavo psicologico del personaggio tirando fuori ipocrisie, gelosie, amore, tradimento, necessità ed illusioni che costituiscono la maschera dell’apparire in sostituzione della genuinità dell’essere.
Servillo ha dettato allo spettacolo all’inizio tempi scenici rapidi, incalzanti a sottolineare la fretta smaniosa dei preparativi che però nei tempi successivi si sono attenuati, distesi.


L’attore Servillo nei panni del personaggio di Ferdinando si affida all’ironia e spesso al grottesco nel disegnare la figura del cicisbeo, un misto di intelligenza e di opportunismo che tende a ridicolizzare ogni cosa come voleva la consuetudine e lo spirito del tempo. Anna Della Rosa è Giacinta donna dalla forte personalità che si impone a tutti con ritmi scenici ora autoritari ora riflessivi disegnando un personaggio indimenticabile. Altrettanto brave sono Eva Cambiale nei panni di Vittoria e poi in successione Chiara Baffi, Giulia Pica. Ottima la componente maschile del cast con Tommaso Ragno dalla voce melodiosa ; Paolo Graziosi, Andrea Renzi, Francesco Paglino, Rocco Giordano e Gigio Morra che hanno dato vita a una umanità in crisi per la perdita dei valori sociali in una Venezia non più “Serenissima”.
La piacevolezza della commedia ha però nel disegnare i caratteri i risvolti di una tragedia per una società che ha smarrito le finalità nobili.


Pubblico plaudente alla fine dello spettacolo.