L'uomo, la bestia e la virtù
di Carmelo La Carrubba



Sicuramente Pirandello soffriva come uomo e denunciava come artista il perbenismo della società borghese in cui viveva tant’è che ne rappresentò con crudele perfidia quella maschera di ipocrisia dietro cui si nasconde ogni buon borghese sia esso uomo o bestia o donna virtuosa.
Pirandello da buon teatrante sottolinea che l’ipocrita è l’attore che recita a teatro e l’ipocrisia è l’arte di recitare mentre l’ipocrita nella vita è una persona falsa, ambigua perché cela la verità sulla propria identità etica.
Su questo robusto schema mentale che sottintende la comune morale borghese Pirandello ha costruito un testo di sottile ambiguità in cui tre maschere rappresentano le due facce ossimoriche del loro comportamento.
La vicenda dello spettacolo “L’uomo, la bestia e la virtù” di Luigi Pirandello in scena dal 13 al 29 novembre al Teatro Verga per lo Stabile catanese che ha aperto la Stagione 2015/2016 è di greve impronta farsesca. La signora Perrella, la virtù, madre di famiglia trascurata dal marito capitano di marina che tiene un’altra famiglia a Napoli, è incinta di Paolino, il timido professore, che ha con lei una relazione e per salvare il suo onore e quello della sua virtuosa amante la convince a sedurre il marito ad avere rapporti con lei e giustificare la gravidanza e ristabilire agli occhi degli altri l’armonia del buon ordine borghese. Il tutto avverrà in una sola notte, l’unica che il capitano passerà in casa con la moglie.
L’originalità creativa dell’autore sta nell’ossimoro in quanto Paolino, l’uomo, nel convincere la sua amante a sedurre il marito per la contingente gravidanza si trasforma in una “bestia” perché fa tacere i suoi nobili principi etici, la donna che rappresenta la “virtù”, certamente non di coerenza per la sua disponibilità a sacrificare la virtù la dice lunga sulla sua coerenza ; infine il marito, il capitano, descritto e presentato come la “bestia”, forse è l’uomo con la sua doppia faccia, delle due famiglie e della compiaciuta disponibilità.
La regia dello spettacolo è di Giuseppe Dipasquale il quale ha intelligentemente intuito che la farsa avrebbe svelato nella sua crudezza la comicità delle situazioni.
Pertanto la cifra stilistica dello spettacolo è un umorismo che fa ridere amaramente.
Ma se la chiave di lettura è quella giusta cioè dell’umorismo grottesco non altrettanto lo è la sua realizzazione nel senso che mantenere nel linguaggio scenico gli incalzanti ritmi comici non è facile. Vi riesce con buoni risultati Geppy Gleiyeses ma non per tutto l’arco dello spettacolo; Marianella Bargilli, la virtù, tenta la cifra del grottesco e crea il personaggio del robot con voce metallica sottolineando di essere “usata” sia dall’amante che dal marito. In linea con l’impostazione registica Renata Zamengo, Francesco Benedetto e Vincenzo Leto. Marco Messeri, il marito, il capitano, la bestia che si coporta da uomo è credibile ma non nella esagerata performance che la seduzione e la chimica farmaceutica gli impongono. I costumi di Adele Bargilli riflettono l’atmosfera di Anni Trenta che le scene di Paolo Calafiore contengono nella loro essenzialità geometrica. Le musiche sono di Mario Incudine mentre le luci di Luigi Ascione.
Pubblico a tratti divertito e sorridente partecipe o in sintonia con i “cali” di ritmo comico. Plaudente alla fine dello spettacolo.