L'uomo, la bestia e la virtù
di Carmelo La Carrubba

 

 

La feroce e sofferta satira di Pirandello al perbenismo borghese ha segnato un’epoca e una mentalità che hanno attraversato la fine dell’Ottocento e gran parte del Novecento investendo capisaldi importanti della nostra società. Nell’analisi pirandelliana, quel “tutto per bene” è l’idea che gli altri debbono avere di noi, è quell’apparenza che dà dignità al nostro quieto vivere e costituisce la facciata della nostra rispettabilità che va protetta e difesa a tutti i costi. Introduciamo così lo spettacolo “L’uomo, la bestia e la virtù” di Luigi Pirandello , un apologo in tre atti del 1919 ricavato dalla novella “Richiamo all’obbligo” del 1906 e in scena al Teatro Stabile Verga che vede nei panni del protagonista uno straordinario Leo Gullotta.

 

E’ la storia di un professore rispettabile, il signor Paolino, l’Uomo, che peraltro ha una doppia vita, della signora Perrella, sua amante, la Virtù, una connetta goffamente vestita, in apparenza tutta modestia, virtù e pudicizia, anche se incinta del signor Paolino e, infine, di questo triangolo coniugale, la Bestia, il marito capitano di marina che torna raramente a casa, ha un’altra donna a Napoli con tre figli ed evita di avere rapporti fisici con la moglie usando ogni pretesto. Senza l’incidente dell’inattesa maternità, tutto avrebbe avuto uno sviluppo normale anche per anni e ognuno in pubblico avrebbe potuto recitare la sua parte tenendo così nascosta la propria relazione adulterina.

 

Pirandello colpisce in tal modo una società che pratica una doppia morale perché in apparenza accetta le norme comuni e le convenzioni pubbliche mentre in segreto le trasgredisce. L’incidente della gravidanza della signora Perrella per opera del professore Paolino sconvolge quest’ordine basato sull’ipocrisia e costringe il professore a trovare una soluzione per mantenere la convenienza borghese. E non mancano gli aspetti paradossali specialmente quando Paolino deve convincere la sua amante a valorizzare i suoi “tesori” per portare a letto il marito riottoso a cui, con l’aiuto dell’amico farmacista, Paolino ha offerto una torta afrodisiaca. Il caso è anche drammatico in quanto il marito si fermerà a casa solo una notte e poi resterà lontano per alcuni mesi. Da qui il gran trambusto per raggiungere in poco tempo l’obiettivo sperato di salvare onore e apparenze e alla fine, il marito farà il suo dovere. In quest farsa Pirandello ha aggiunto qualcosa: una satira tragica e atroce, una mascherata da trivio imposta ai valori astratti, morali e religiosi della società. Ed è proprio la vis farsesca il volano di questa vicenda che si muove spedita e senza intoppi sulle tavole del palcoscenico costringendo però ad una importante riflessione attraverso un umorismo che scatena il riso su una situazione grottesca che nasce dalla constatazione di scoprire tutto il ridicolo del serio e perciò, di contro, anche il serio del ridicolo e che il dramma può volgere in farsa. O – come diceva Pirandello – una farsa che includa nella medesima rappresentazione della tragedia la parodia e la caricatura di essa… come una goffa ombra di ogni gesto tragico. La regia ha ben giocato sul gioco delle parti dell’uomo, della bestia e della virtù mostrando il vero aspetto di ognuno dei protagonisti per cui quello che viene chiamato Amore non è che Carnalità e come l’Uomo e la Virtù siano falsi e che alla fine la Bestia è l’Uomo.

 

Un divertimento scenico molto ben diretto da Fabio Grossi in cui eccelle la maestria attorale di Leo Gullotta che al prof Paolino ha dato una dialettica implacabile nel difendere l’impalcatura ipocrita e degradante della sua condizione che viene smorzata da un’ironiqa avvolgente che smorza i toni tragici per dissolverli nel comico attraverso tempi incalzanti e battute fulminanti interpretate con un ritmo trascinante e senza pause. Gullotta ci dato un personaggio vestito di rispettabilità costruita su una mentalità ipocrita in cui l’apparenza è la verità del vivere. Antonella Attili è la signora Perrella, una femmina che vive di sesso e di apparenze. Ottima la sua interpretazione. Carlo Valli è il capitano, un uomo che non gioca a nascondersi, una bestia che tale non è perché almeno lui è autentico. Gianni Giuliano ha ben dettato con Gullotta divertendosi e divertendoci, Bruno Conti è il farmacista spilorcio ma convincente nella parte così come Silvana Bosi nella parte della governante e così gli altri fino al piccolo Nonò, Luca buccarello. Pubblico divertito e plaudente durante e alla fine dello spettacolo verso un attore che torna al teatro che l’ha visto nascere e a cui oggi riconosce in lui l’erede dei grandi attori pirandelliani.