Vaghe stelle dell'Orsa
di Carmelo La Carrubba

 


Si potrebbe dire – con molta approssimazione –che c’è la poesia della pagina scritta e quella drammaturgica del palcoscenico: la prima ha ispirato la seconda e quest’ultima ha conservato il senso e l’ineludibile fascino della prima.
La poesia in oggetto è quella di Giacomo Leopardi che è il contenuto dello spettacolo “Vaghe stelle dell’orsa” regia e progetto scenico di Gianni Salvo andato in scena al Piccolo Teatro di Catania il 2 e 3 di febbraio.
Conosciamo già dalle “Medie” prima e da successive riletture l’autore di queste poesie e delle riflessioni che le hanno ispirate: Leopardi che dell’infelicità, del desiderio di felicità, del dolore, del modo di difendersi da esso, della paura della morte, dell’amore per la vita alla Epicureo e quant’altro l’uomo sopporta in questa vita mortale, ne ha fatto oggetto di riflessione poetica nei suoi “Canti” e lo abbiamo amato anche se ci ha disorientati con suoi argomenti cosmici, l’infinitoed esistenziali, l’immortalità che non è degli uomini
Gianni Salvo con la sua lettura creativa ha trovato la metafora teatrale adeguata alla trasposizione scenica: ha fornito gli attori di cinque aste che esprimono geometricamente il senso della vita: la direzione orizzontale esprimerà la morte e quella verticale la vita. Il racconto scenico è incentrato sulle “Operette morali” e precisamente “Il folletto e lo gnomo”, “Malabruno”, “Dialogo di un venditore di almanacchi”, “La terra e la luna”, “La moda e la morte”, “Ruisch e le sue scimmie” e su alcuni “Canti”: “Canto notturno di un pastore”, “Le ricordanze”, “Il sabato del villaggio”, “A Silvia”; “La sera del dì di festa”.
In questo spettacolo c’è – in sintonia con l’esigenza leopardiana – la ricerca di infinito, il desiderio permanente di immaginazione che contraddistingue gli uomini. E oggi più di ieri questa poetica è sentita e va protetta contro il travisamento del senso di desiderio che è dell’oggi e investe l’uomo contemporaneo col suo consumismo che ne uccide anche i sogni
Nella drammaturgia di Gianni Salvo emerge questo travaglio e questa ricerca espressa in maniera formidabile dai cinque attori che ne costituiscono il cast: due donne Evelyna Famà e Anna Passanisi e tre uomini: Giuseppe Carbone, Nicola Alberto Orofino e Daniele Sapio.
In questo spettacolo il regista imprime in maniera netta un suo modo di fare spettacolo, la sua cifra stilistica che non dimentica i maestri o suoi precedenti spettacoli come “Le sedie” di Yonescoche a me sembra sia – di questo spettacolo – l’antesignano ispiratore.
Infine se la poesia ha un odore che la caratterizza, sappiamo che quella di Leopardi ha l’odore della ginestra e Gianni Salvo col suo spettacolo ha voluto “toccare” anche il senso dell’olfatto dei suoi spettatori che per tutto l’arco della rappresentazione ne hanno sentito la fragranza per una partecipazione totalizzante.
Simbolica, essenziale e funzionale alla impostazione registica la scenografia di Oriana Sessa che ha posto cinque aste al centro della scena nuda: ogni attore con il suo attrezzo ha espresso la geometria degli stati d’animo dei versi che vengono interpretati.
Altro elemento fondante all’ideazione drammaturgica dello spettacolo è la musica di Pietro Cavalieri che ora accompagna ora è protagonista della vicenda.
Così le luci e la fonica di Simone Raimondo.
Spettatori incantati da uno spettacolo compatto e profondo ma anche e soprattutto per la bravura degli attori che ha avuto però nelle due donne due veri – anche se piccoli – diamanti scenici.
Applausi, applausi, applausi.