La vertigine del drago
di Carmelo La Carrubba

 

 

Ha debuttato al Teatro Musco Stabile di Catania e starà in scena fino al 16 febbraio lo spettacolo “La vertigine del drago” di Alessandra Mortelliti con la supervisione al testo di Andrea Camilleri con la stessa Mortelliti nel ruolo di protagonista assieme a Michele Riondino che ne cura la regia.
La storia è quella di due giovani: Francesco naziskin violento e nevrotico che mentre conduce un agguato in un campo nomadi viene ferito gravemente da un colpo di pistola all’addome e per garantirsi la fuga si porta dietro come ostaggio Mariana, una giovane ron epilettica e claudicante con un trascorso di studi universitari in Medicina e Chirurgia. Esperienza che sarà determinante per la vita del naziskin durante il periodo coatto fra i due in un garages in cui emergono le loro diversità segnate anche dall’emarginazione sociale, dalla rabbia, dalla solitudine perché tradite dalla vita e dalla fortuna. Sono due giovani che rappresentano nell’attualità dei tempi che viviamo un certo tipo di criminalità che fa da contrappunto ad una società sempre più “meticcia” e il filo rosso che unisce queste personalità culturalmente così diverse è la criticità delle loro persone e il loro rapporto con la società civile da cui si sentono emarginati.
Un particolare molto significativo che chiarisce titolo e contenuto del testo è che Francesco ha tatuato sul dorso un enorme drago simbolo di forza e potenza virile ma lo svolgimento e soluzione della storia, a dispetto del look, mostrano la fragilità del naziskin che gradualmente cede alla vertigine degli avvenimenti personali. Diversa la personalità della giovane ron culturalmente più attrezzata in cui spicca il suo carattere e il suo amore per l’arte.
Quello che caratterizza lo spettacolo non è tanto la denuncia quanto la rappresentazione della personalità di due giovani dal diverso carattere che caratterizzano aspetti antropologici e sociali segnati anche da un retaggio storico ben sottolineato dalla regia di Riondino che con gli inserti di documenti d’epoca in cui si ascolta la voce di Hitler o dal telefonino del protagonista un noto inno fascista si storicizza un determinato passato.
Ma l’obiettivo era il rapporto umano fra i due giovani attraverso la diversità dei loro linguaggi e dei loro comportamenti che sono l’elemento che tipizza questo rapporto in una storia francamente fragile come la personalità dei protagonisti. Tutto fisico il rapporto col personaggio di Riondino, tutto riflessivo e dolce quello di lei.
L’eccesso di decibel in questo spettacolo può essere “giustificato” dal turpiloquio del naziskin; però non credo sia l’elemento convincente per creare il dialogo col pubblico: sul palcoscenico – si sa – ha senso e significato anche il silenzio che spesso è più eloquente e assordante del rumore.
Pubblico alla fine plaudente.