Viaggio nei tuoi occhi
di Carmelo La Carrubba

 


Non sempre le feste sono ricche di rose e fiori e, a volte, lo starnuto sintomo di un raffreddore diventa il dominatore dei nostri ritmi quotidiani e accentua i limiti delle nostre possibilità. Premessa per dire che quando andò in scena “Viaggio nei tuoi occhi” di Agata Motta al Teatro Libero di Palermo io non c’ero. Finalmente si decise con l’autrice di vederci a Catania e attraverso le riprese dello spettacolo fissate in un DVD potessi assistere alla visione della rappresentazione. Non fu possibile e così, di rimando in rimando, seduto di fronte al computer – grazie a mio genero, ho visto lo spettacolo. Ne valeva la pena! Perché è uno spettacolo intenso volto a comprendere l’universo femminile ma in particolare l’individualità che di quel mondo è il pilastro portante. Un testo prima e uno spettacolo poi tutto al femminile in cui i forti sentimenti che animano le protagoniste sono il rapporto con la madre e l’intima profonda esigenza di essere madre.
Quando ciò avviene i rapporti fra i due sono alterati dalla malattia della madre che nel buio della dimenticanza non è capace spesso di riannodare i fili della conversazione e del ricordo. Anche se in una sequenza dell’atto unico della durata di circa un’ora al momento del parto della figlia, Ella, la madre si toglie la vestaglia che diventa il giaciglio del nascituro creando una intesa commovente.
Che poi tutto questo sia vissuto più come una sofferenza che gioia sembra riflettere la visione letteraria dell’autrice.
In questo spettacolo affidato all’ottima regia di Clara Gebbia che ha arricchito il testo con il canto rituale della Passione c’è, inoltre, una commistione con la lingua greca antica su alcuni frammenti di Esiodo e Platone che danno alle protagoniste Cloto, Lachesi e Atropo quelle risonanze ancestrali insite nel tema.
Queste tre donne di oggi che, però, portano i nomi delle Moire rappresentano i momenti esistenziali importanti nella vita femminile: la madre, Lachesi, rappresenta le cose che sono state; l’interlocutrice informatica, Atropo, esprime l’esigenza delle cose che saranno mentre Clotho, aspirante madre, le cose che sono.
La poeticità del testo e l’intensità dei sentimenti forti trovano nella semplicità e la leggerezza del racconto scenico la loro splendida realizzazione. La parola e il canto nonché le musiche dal vivo eseguite dalle protagoniste sono suggestive e trascinanti e conferiscono allo spettacolo un’aria da tragedia a cui dà un’aria di verità non solo l’assunto dei contenuti ma l’uso del greco antico. Il racconto scenico si sviluppa in una zona nuda come nudi sono i sentimenti dei protagonisti ma vengono espressi in un luogo segnato da linee luminose a sottolineare il rigore dell’azione drammaturgica che coinvolge ciascun personaggio.
Un affiatamento e una interpretazione delle tre protagoniste come in una prova d’orchestra in cui importante è il suono finale ma che comunque è da segnalare l’ottima caratterizzazione fatta da Nenè Barini della madre smemorata, misurata Germana Mastropasqua nel ruolo della interlocutrice informatica e infine fortemente espressiva nel ruolo della madre Alessandra Roca che dei bisogni fondamentali della donna ha dato una notevole rappresentazione.
Singolari ed originali le musiche di Antonella Talamonti a cui è associata, quale assistente Germana Mastropasqua. Pietro Giammellaro ha curato traduzioni e consulenza dal greco antico con notevole padronanza poetica.
Pubblico attento e silenzioso per tutta la durata dello spettacolo ha applaudito sentitamente e a lungo alla fine della rappresentazione.