Vita di Galileo
di Carmelo La Carrubba

 


Il Teatro è passato dalla tragicità greca al dramma borghese e con Brecht a quello epico non scevro di eticità. Fin dagli esordi del teatro di Brecht il mondo del teatro tradizionale fiutò il pericolo di essere messo in questione perché si è avverata la disintegrazione consapevole del “teatro drammatico” in favore della consacrazione del “teatro epico” e del suo propugnatore. Questo carattere di svolta si avrà nei contenuti e nel modo “epico” e non “drammatico” di rappresentare lo spettacolo teatrale a quadri staccati invece che sulla convenzionale partizione in atti.

Parliamo dello spettacolo in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania “Vita di Galileo” per la regia di Antonio Calenda e la robusta interpretazione di Franco Branciaroli – che vive di queste caratteristiche e di una attualità che stravolge qualunque previsione in quanto i fatti alla Sapienza di Roma hanno riproposto il nodo del rapporto fra sapere scientifico specialistico da un lato e fede, speranza e amore, dall’altro in cui la protesta dei “laici” per la presenza del Papa all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Roma è dice il laico Pietro Barcellona una vergogna, un’umiliazione dell’intelligenza critica e della cultura europea. Infine perché nelle vesti dello scienziato, nella responsabilità che ha la scienza e lo scienziato sul destino dell’uomo e sulla capacità di comprendere il mondo in cui viviamo si propone per tutti laici e credenti il “grande mistero del rapporto fra sacro e profano, sulla precarietà delle cose, sulla morte e sul dolore al massimo livello di tensione fra esperienza e finitezza e domanda di infinito, di eterno incondizionato e immutabile”. Anche perché c’è l’esigenza e il “bisogno di credere” oltre l’orizzonte della terribile caducità (Pasolini).

 

“Vita di Galileo” è l’opera che ci invita a riflettere sul nostro tempo in cui il protagonista è – dice Magris – “insieme un innovatore d’avanguardia e un classico pieno di sapienza…uno dei pochi in grado di conciliare la ragione, la comprensione sociale del mondo e la fantasia più libera e sfrenata che reinvesta il mondo”. Nel Galieo di Brecht abbiamo l’uomo e lo scienziato colto nella sua contraddittorietà, ma anche nei suoi momenti coraggiosi che però improvvisamente si riversano in umanissima vulnerabilità. Quest’uomo di scienza è un uomo solo davanti alle proprie scoperte, alla propria responsabilità, al bisogno di verità. La sua figura di ricercatore sembra quella di un artista creatore nei momenti salienti del suo lavoro e l’essenza della sua azione sta nel suo argomentare contro il “metodo” scientifico del tempo: egli nega la teoria tolemaica del geocentrismo cambiando il punto di vista dell’osservatore. Nel rifiuto dei modelli aristotelici sta il suo coraggio che lo porta alla prima dimostrazione scientifica del sistema copernicano: incorrendo così nella reazione dell’Inquisitore.

Esplode così il conflitto insopportabile fra il Potere politico e l’esigenza umana dello scienziato che non può che soccombere. Nel 1945 con lo scoppio della bomba di Hiroshima Brecht muterà prospettiva e trasformerà il cedimento di Galileo di fronte al potere temporale della Chiesa in una colpa storica dell’intera classe degli scienziati. In questo atteggiamento di Brecht c’è una lampante forzatura della verità di fatti in quanto – come dice Cesare Cases – Galilei non può pagare le colpe di Oppenheimer.

 

Ma veniamo allo spettacolo che però vive di quanto sopra detto perché metafora di una verità storica e umana incontrovertibile che vive non solo sul palcoscenico ma nella platea fra gli spettatori. Ancora stridente è il rifiuto del confronto delle idee in maniera libera di cui tanto bisogno ha la società e i giovani in particolare come sottolinea questa “Vita di Galileo” che si svolge in maniera lucida per l’attenta e misurata regia di Antonio Calende che fa muovere gli attori in una scena semplice e razionale (Paolo Bisleri) come le idee matematiche del protagonista ben sottolineate dalle musiche di Germano Mazzocchetti. Al centro della vicenda è Franco Branciaroli attore dai potenti e versatili mezzi vocali che vengono impiegati – con un’accorta gestualità e un sapiente linguaggio del corpo, per lumeggiare il carattere del personaggio, la sua profonda eticità, le umane contraddizioni, le pesanti cadute, le luminose risorse, che sono tipiche dell’uomo di scienza che deve districarsi fra verità e opportunismo. Accanto al protagonista è Giulia Beraldo nei panni del ragazzo che scopre la scienza e un modo nuovo di vedere il mondo; Lucia Sarti è la madre del ragazzo e governante dello scienziato che come un’ostrica sta attaccata al passato; Giacinto Cortesi è lo scienziato filosofo credente e ai vertici del potere ecclesiale; Daniele Griggio è nei panni del cardinale Bellardino che rappresenta uno degli intellettuali più illuminati del tempo e infine Emanuele Fortunati, Alessandro Albertin, Giorgio Lanza, Nicola Vignola, Tommaso Cardarelli, Iacopo Venturino e Lelio Abate rappresentano e costituiscono i testimoni di un’epoca che cambia. C’è nel testo – in questa edizione opportunamente omessa – la scena della vestizione in cui il cardinale Barberini intellettuale aperto e brillante, quando viene nominato Papa mostra alla fine di questa operazione, come sia diventato, nei nuovi panni di rappresentante della Chiesa di Roma, freddo e conformista. Scelta dettata dai nuovi tempi in cui paradossalmente intuita dà la misura di un nuovo clima di dialogo fra laici e cattolici.
Lo spettacolo è stato ben recepito dal pubblico che l’ha applaudito.