Le voci di dentro
di Carmelo La Carrubba

 

“Le voci di dentro” (1948) tarantella in tre atti di Eduardo De Filippo è lo spettacolo in scena al Verga per lo Stabile di Catania nella interpretazione del figlio Luca, regia di Francesco Rosi.
E’ la storia di Alberto Saporito un apparatore di feste – che vive assieme al fratello Carlo e allo zio Nicola in una casa che è anche il magazzino dei dei suoi strumenti. Egli, durante la notte sogna che in casa Cimmaruta – suoi coinquilini – è avvenuto un delitto: è stato ucciso il suo amico Aniello Amitrano. Al risveglio il sogno gli è sembrato realtà e così ha denunciato al commissario i presunti colpevoli. Nella mente di Saporito – fra il sonno e la veglia domina la confusione così come tra realtà e visione e da qui ha inizio la commedia che vede i Cimmaruta accusarsi l’un l’altro del delitto come se fosse avvenuto realmente. E qui attraverso l’attività dei protagonisti si delinea la struttura di questa famiglia dove manca la stima reciproca perché le loro attività hanno anche qualcosa di losco e infine i loro figli, nati in un’epoca di confusione, sono solo degli sbandati.
Su questa famiglia dissestata si abbatte l’accusa di Saporito – un altro che confonde sogno e realtà – che viene ad esasperare ancor più i rapporti interpersonali perché i sogni si sono trasformati in incubi, come avviene a Maria, la cameriera dei Cimmaruta, che sogna fontane che versano sangue. In questa nuova epoca nessuno fa i sogni di una volta – afferma il portiere Michele che ora non sogna più perché i sogni sono diventati una “fetenzia”. Alberto Saporito che ormai “non dorme” da anni, assiste al dissesto della sua attività, vede deteriorarsi i rapporti col fratello Carlo che vuole appropriarsi del piccolo capitale residuo, diventa il testimone scomodo di questa situazione, il visionario che dice la sua verità che altrimenti rimasta a dormire tra ipocrisie e finzioni. Per cui dal suo sogno emergono i crimini reali ed immaginari della famiglia Cimmaruta che – fra l’altro – pensa di uccidere Alberto che ancora – per paura – non ha prodotto le prove del loro delitto. Alla fine della commedia apparirà Aniello Amitrano vivo e vegeto a ripristinare la verità scoprendo che il sogno si stava trasformando in un reale omicidio e questa volta di Alberto Saporito.

 

In questa commedia c’è anche un personaggio altamente simbolico, quello di zì Nicola, che per sottrarsi a questa realtà avvelenata vive in un mezzanino da solo nel grande magazzino dei Saporito da dove ogni tanto si affaccia e sputa sugli altri. Zì Nicola è il doppio di Alberto che per farsi capire adopera i fuochi artificiali e i suoi spari sono come dei versi che vengono decodificati dal nipote Alberto che è l’unico che lo capisce. L’ottantenne zì Nicola stanco alla fine muore – mentre il nipote Alberto resta – pur dopo la soluzione dell’enigma – disorientato.

 

Questa commedia – una delle più amare di Eduardo nasce dalla constatazione della società italiana che lui aveva rappresentata in “Napoli milionaria” dove – pur nella catastrofe della guerra che aveva corrotto gli animi della famiglia avviene qualcosa che apre alla speranza riassunta nella famosa frase dell’attesa paziente “Ha da passà a nuttata” mentre nelle “Voci di dentro” cioè dopo questo viaggio nelle coscienze avvelenate dei napoletani in cui la famiglia – cellula primaria e fondante della società – mostra i segni nefasti della confusione e della disposizione al delitto, c’è in Eduardo l’amara constatazione e considerazione che la società avesse toccato il fondo in maniera irreversibile. Tant’è che anche il finale consolatorio non riesce a cancellare quel senso di sbigottimento a cui avevamo assistito durante lo svolgimento della commedia.

 

Bellissima la scena barocca di Enrico Job che ha illustrato la miseria e la nobiltà di Napoli con gli interni di case e magazzini in cui l’accumulo di sedie o di altre cianfrusaglie grava pesantemente su chi vive in quegli ambienti con la testa confusa e il grottesco della situazione si riflette e riflette la realtà dei protagonisti che annaspano a vivere una vita decente. Francesco Rosi ha diretto con mano sicura e ha allestito uno spettacolo dove sono presenti i segni di un conflitto e di un incubo che da napoletano ha capito e vissuto nella considerazione che la normalità è minata dalle allucinazioni perché – in certi momenti storici – non ci sono limiti netti fra normalità e patologia, fra sogno e realtà. Di questa realtà scenica è consapevole il personaggio di Alberto interpretato da Luca De Filippo che all’apparente equilibrio fa riscontro la paradossale situazione in cui si è venuto a trovare non sapendo distinguere la realtà dal sogno. In questo clima fra il paradossale e il grottesco si inseriscono gli altri personaggi da Carolina Rosi a Giuseppe Rispoli – zì Nicola – a Gigi Savoia, Antonella Mosca, Marco Mandasi, Anna Morello, Matteo Balsamo, Chiara De Crescenzo, Giovanni Allocca, Francesco Di Leva e Stefano Guida.

 

Pubblico plaudente verso una metafora che mantiene ancora il fascino dell’attualità, plaudente e soddisfatto di uno spettacolo ben fatto.