Le signorine di Wilko
di Carmelo La Carrubba

 


Lo spettacolo “Le signorine di Wilko” (1932) dell’omonimo racconto (di circa trenta pagine) di Jaroslaw Iwaszkiewicz (1894/1980) adattato per il palcoscenico da Alvis Hermanis, sua la regia, in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile catanese ha, di fatto, chiuso la stagione teatrale 2009/2010.
Il protagonista dello spettacolo Victor Ruben per risollevarsi da un grave lutto va a riprendersi per un breve periodo di riposo nella stessa fattoria di Wilko dove da giovane era solito trascorrere le vacanze estive con le sei sorelle a cui è legato da diverse storie personali. Nel frattempo una di esse è morta.
In questo colloquio col proprio passato e nel rinverdire gli antichi rapporti con le sorelle, Viktor è smarrito, oggi come ieri, dietro i meccanismi della seduzione, pur fra noia e interesse erotico trascinandolo in una posizione inerte in cui non c’è posto per una scelta sentimentale. Egli, che già non volle scegliere in gioventù una delle sorelle per creare una famiglia si trova, oggi, nel confronto tra le due età della vita, nell’impossibilità di coniugare sogni e realtà.
In questo viaggio nel passato il protagonista ha modo, forse, di comprendere sé stesso – o se si vuole – la sua incapacità a fare una scelta e pertanto di quel rapporto singolare e particolare con ognuna di loro non resta che l’esperienza ora erotica ora intellettuale intrattenuta con ognuna delle protagoniste. Le quali sono interpretate splendidamente da Laura Marinoni, Patrizia Punzo, Elena Arvigo, Irene Petris, Fabrizia Sacchi, Alice Torriani. E che hanno privilegiato, per scelta registica, il linguaggio del corpo, della fisicità, della seduzione femminile che deve imporsi a tutti i costi, della biancheria intima che gioca anch’essa un ruolo seduttivo e di cui le donne sono particolarmente coscienti di usare con arte e convinta partecipazione.
C’è soltanto da dire che l’erotismo femminile in questo spettacolo più che essere finalizzato al piacere di vivere che è dell’amore mantiene un qualcosa di funereo che lo rende vacuo e improduttivo anche se i sogni di grembi fecondati restano tali come tali restano le vicende singolari delle signorine di Wilko che vivono il loro crepuscolo cechoviano con intensa partecipazione.
Sergio Romano è più che l’erotico protagonista l’oggetto erotico del desiderio femminile che si muove fra eros e noia in una atmosfera che spesso ha i simboli del sogno.
La regia ha sottolineato tutto questo con una simbologia ricca di riferimenti ora fisici ora musicali (da “Parlami d’amore Mariù” alle “Suites” di Bach) e con un rapporto con la natura materializzato nella fattoria e dal fieno e dai prodotti agricoli.
Eppure in tanta bravura attorale e in un particolare linguaggio scenico creato dal regista si avvertiva una lentezza narrativa e, inoltre, l’erotismo delle sei donne manteneva qualcosa di funereo – come la presenza della sorella morta – che ha gelato il colloquio con il pubblico.