Zingari
di Carmelo La Carrubba

Spettacolo intrigante e di grande fascino è “Zingari” (1926), testo di Raffaele Viviani e regia di David Iodice, che va alla radice della civiltà del mondo napoletano, ed è attualmente in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile catanese.

 “Zingari” si propone come la favola “all’origine del senso” che già il napoletano Giambattista Vico, nella sua opera, aveva intuito come il formarsi del nucleo che sta alla base della civiltà umana: “quando gli uomini sentono senza avvertire, dappoi avvertono con animo perturbato e commosso, indi ragionano con mente pura” sono parole in cui affondano in nuce le “ragioni” degli uomini e dei napoletani in particolare. Anche questo testo è il frutto di una fusione fra prosa, versi e musica e di una inconsueta tecnica drammaturgica che aveva le sue radici nel varietà ravvivando una forte somiglianza fra Viviani e Brecht anche se le esperienze del primo nell’avanspettacolo nulla hanno a che vedere con le ragioni teoriche e le tecniche recitative del drammaturgo tedesco.


Per i contenuti affrontati il teatro di Viviani potrebbe definirsi il teatro del quotidiano e inoltre la sorpresa sta oltre che nella musica nella tecnica della narrazione adottata che già nelle prime scene conduce all’epilogo per poi costruire attorno ad esso una serie di intermezzi che distanziano l’avvenimento centrale. Questi testi superano l’affresco sulla napoletaneità e risultano ancora oggi agili e godibili commedie per musica. Non sappiamo se Viviani fosse o meno consapevole del contenuto sociale dei propri testi e se la scelta di presentare la plebe napoletana negli aspetti oscuri contenesse anche i germi di una denuncia civile e di una posizione politica. Di certo Viviani concorre con il suo teatro – in anni caratterizzati da una tendenza intimista e consolatoria – a restituire dignità a una umanità vessata dall’ingiustizia. In “Scalo marittimo” (1918) i contadini lucani emigrano in America e un doganiere alla loro partenza dice: “…questa povera gente! Quante belle energie costrette a disperdersi per il mondo”. La ferita italiana dell’emigrazione è ancora aperta. O (“Circo equestre Squeglia”) nell’ultimo atto di quest’opera vediamo quegli stessi ragazzi che agli inizi si azzuffano per entrare nel circo e dopo nel giro di un anno sono diventati dei malavitosi che cantano in codice sotto la prigione per i compagni carcerati.

In uno scenario visionario la problematica di “Zingari” esplode in tutta la sua violenza esprimendo le contraddizioni, le miserie di un clan tanto arcaico quanto tristemente contemporaneo. Questo gruppo sociale è zingaro per quel tanto di zingaresco che ha l’animo napoletano ma è in tutto simile ai napoletani di oggi. E’ la rappresentazione di un mondo magico in cui medicina, scienza, magia, fattucchiere e credenze popolari si intrecciano in un groviglio magmatico che sta alla base di quella napoletaneità che si affaccia al futuro ma con caratteristiche e connotazioni arcaiche.
Ci troviamo in un campo nomadi alla periferia di Napoli, un non luogo dove sono presenti situazioni di marginalità di questo mondo civilizzato. “Stracciando l’esistenza” vive una piccola e arretrata comunità di zingari separata da una società progredita ma ostile e distante. E’ la storia dell’orfano Gennarino “Figlio della Madonna” adottato (o sfruttato) dagli zingari e di Palomma, da lui amata segretamente, anche lei adottata dalla temuta “Fattucchiera” e di suo marito “O Diavolone” violento capo di quella tribù che coltiva una passione per la ragazza da lui violentata all’età di 13 anni. Ma ci sono altri amori, folli, di Marella per Gennarino e quello della “Tatuata”, la misteriosa veggente della tribù. Si crea così un intreccio di passioni e gelosie che scatenano magie e sortilegi nei confronti di Palomma e Gennarino. C’è pure la lotta per la sopravvivenza, per l’affermazione di un potere, per la conquista di un amore, per l’affrancamento da una schiavitù.
Nel rapporto fra “tradizione” e “contemporaneità” questo spettacolo offre una visione lucidamente critica della città di Napoli e della sua realtà perché questo scavo etnologico ha portato alla luce il “tipico”, “tribale” e “mondiale” che appartiene ai suoi abitanti. La scena di Tiziano Fario occupa tutto il palcoscenico dove agiscono i musicisti che suonano musica klezmer ebraico-zingaresca dell’est europeo nonché tammurriate e musiche del repertorio del Seicento napoletano cantate splendidamente dagli attori che costituiscono un cast numeroso e affiatato in cui primeggiano Nino D’Angelo e Angela Pagano, Nando Neri e Luigi Biondi e una straordinaria Alessandra D’Elia, Valentina Vacca, Imma Villa e la brava Nunzia Schiano. Completano: Mistione, Paola, Postiglione, Talliente. I costumi sono di Enzo Perozzi, ottima la regia di Davide Iodice per aver saputo dare ordine ad una storia ingarbugliata fra realtà e sogno, nell’aver saputo costruire gli itinerari scenici e nell’aver saputo fondere prosa, canti e musica mantenendo inalterato il fascino di un mondo magico che pur nella sua tristezza seduce.
Pubblico attento e plaudente.