Se Angelo Musco e Rosina Anselmi sono le figure carismatiche del teatro catanese della prima metà del novecento, chi creò quel teatro fu Nino Martoglio
Per fama ed ingegno egli fu per Catania e la Sicilia quello che furono Di Giacomo a Napoli e Trilussa a Roma. Con i suoi scritti disse le cose della sua terra nel modo in cui essa voleva fossero dette e rappresentò tutta la Sicilia: quella che ama, che odia, che ride e che piange. 

Martoglio oltre ad essere poeta lirico, fu un commediografo di grande valore, in lingua e in dialetto. Nacque a Belpasso nel 1870 e mori a Catania e nel 1921. Fu una persona colta e avventurosa, esercitò la professione di giornalista per tanti anni nella sua città, professione che apprese da suo padre. 
La sua prima prova fu la pubblicazione di un giornale umoristico"Il D’Artagnan". La sua iniziativa ebbe molto successo perché, dati i tempi, la sua satira risultava molto audace nei confronti di alcuni personaggi della vita cittadina; i dialoghi dei suoi personaggi, di finissima arguzia, gli procurarono molti guai, tanto da doversi battere a duello non poche volte e in certi casi rischiò pure la vita.
Ma, dopo un certo periodo burrascoso, i suoi versi cominciarono a dargli quella popolarità che meritava e quindi la consacrazione nel gotha intellettuale catanese.

Della sua attività giornalistica, famosa fu la satira politica in versi denominata "La Triplice Alleanza" che lo rese, dopo il Meli, il poeta dialettale più espressivo.

Agli inizi del ‘900 decise di volgere la sua vis comica verso il teatro dialettale: grazie alla sua competenza andò alla ricerca di attori bravi e dotati di comicità schietta e semplice; li trovò e nel 1903 debuttò a Milano, al Teatro Manzoni , ottenendo un grande successo. Quegli attori si chiamavano Musco, Grasso, Spadaro, Aguglia, Balistreri, Bragaglia, Anselmi, Marcellini e Pandolfini.

Esordì con "I Civitoti in pretura" e "Nica", due commedie che segnarono l’inizio di una intensa attività. Le sue commedie intercalavano tragico e comico; i suoi personaggi vivevano vicende movimentate enfatizzate con dialoghi scoppiettanti, come ne "L’aria del Continente" e in "S.Giovanni decollato".

Pirandello si accorse subito della sua competenza e lo spronò a scrivere delle commedie per il teatro. Martoglio colse subito l’invito e nel 1917 scrisse: "A vilanza" e "Cappiddazzu paga tutto". Ebbe molto successo, ma dovette anche affrontare notevoli sacrifici e amarezze. Si cimentò anche nella regia e nel 1913 diresse un film per il cinema muto "Sperduti nel buio" che gli valse moltissimi elogi.

Nel pieno della maturità la morte lo colse improvvisamente, precipitando nella tromba d’ascensore dell’Ospedale Vittorio Emanuele di Catania mentre si apprestava a far visita al figlio ricoverato.

Fu un ottimo commediografo, vinse tutte le diffidenze che lo circondavano, affrontò sacrifici economici non comuni per portare avanti i suoi progetti. I suoi personaggi sono reali: Don Cola Duscio e Mastro Austinu Misciasciu, rappresentano l’archetipo del siciliano medio, con i suoi vizi, le sue virtù, i suoi dolori, le scappatelle. Infine non va dimenticata la bellissima raccolta di poesie "Centona" pubblicata dall’editore catanese Giannotta, dove sono espressi incomparabilmente gli odi, gli amori, i giochi e le arguzie del popolo Siciliano.

Raffaello Brullo