| Intervista a Leo
Gullotta |
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di Carmelo La Carrubba |
L’attore
Leo Gullotta ha un viso mobile e
intelligente in cui si muovono due occhi scuri, curiosi che sondano ogni
cosa e da cui traspare una enorme capacità di capire che sembra sia –
per sua stessa ammissione – la caratteristica del suo temperamento, e
dove staziona una barbetta al mento di pirandelliana memoria. Egli è
“catanisi” verace ed è orgoglioso di esserlo e questo colpisce quando
uno lo ascolta mentre presenta – nell’ex refettorio del Monastero dei
Benedettini – un siciliano verace come lui quale fu e rimane Luigi
Pirandello scrittore di teatro di statura europea.
E’, sicuramente, una personalità ricca di talento, colta perché di ogni
cosa vuole approfondire il dritto e il rovescio e appartiene alla nuova
categoria di attori “istruiti”, alla vecchia apparteneva
Musco e già
Turi Ferro se ne distanziò moltissimo, comunque a quegli
attori di razza che sanno leggere i testi che interpreteranno da cui
tireranno l’anima da far vivere al personaggio sulla scena.
Queste sensazioni le ho percepite nell’Aula Magna di Benedettini nel
vederlo muovere con eleganza mentre spiegava ad una platea di giovani
universitari quanto aveva letto e capito di Luigi Pirandello e del suo
testo “L’uomo, la bestia e la virtù” in cui interpreta in maniera
magistrale il personaggio del prof Paolino che appartiene a quella
categoria di uomini in cui la cultura è mal riposta. Un ipocrita! E qui
si avverte assieme alla personalità del nostro attore quella dell’uomo
civile per la consapevolezza delle sue convinzioni contro l’ipocrisia e
dell’onestà intellettuale per capire quello che sostiene il suo concetto
di libertà imbevuto di una grande eticità quando fa sua una battuta di
Giuseppe Fava ne “La violenza” in cui dice; “Se non si è disposti a
lottare a che serve essere vivi?!”
E la lezione proseguiva fra l’attore e il pubblico fra curiosità e
approfondimento in cui il Nostro da un lato metteva a nudo la coscienza
di un attore quando interpreta un personaggio, man mano definendo il
lavoro dell’attore costituito da quel miscuglio sapiente di talento e
tecnica nel trasmettere la fascinazione della parola in cui è insita la
poesia del testo: dall’altro approfondiva la conoscenza di Pirandello
attraverso il carteggio con il figlio Stefano, di grande intensità umana
ma che diede pochi frutti pratici e infine di quello con Martoglio in
cui c’è la competenza e lo spessore intellettuale di Pirandello nonché
un ritratto di Musco quale attore indispensabile al suo teatro.
Leo
Gullotta, cortesemente, ci ha concesso nel camerino del
Teatro Stabile Verga di Catania, prima dello spettacolo serale di
venerdì l’intervista che segue. In questo rapporto diretto abbiamo ancor
più avuto la conferma della autenticità dell’uomo e dell’attore che non
si è fatto mai ingessare in un cliché anzi ha sempre mostrato di poter
dare l’anima a personaggi sempre diversi regalando ad ognuno una
particolare umanità o determinate caratteristiche ora comiche, ora
tragiche, ora grottesche. Questo viene percepito dal pubblico e lui –
con vero candore – si chiede il perché di tanto interesse nei suoi
confronti. Infine – a microfono spento – ribadiva come ancora stupore e
curiosità fossero le componenti di quel bambino che era in lui e a cui
dedicava la massima protezione per poter continuare ad essere un attore.
D. Lei vive a Roma ma ritorna a Catania. Qual è il legame con questa
città che l’ha visto nascere come uomo e come attore?
R. Profondo. Ognuno ha un legame profondo con la propria terra. Tutti i
popoli del Sud, in generale, hanno un legame particolare fatto di odori,
di sensazioni, di rabbia e noi di questo Sud, di questa Catania, di
questa Sicilia che è antichissimo. Sono stati tanti i popoli che ci
hanno visitato dai tempi dei Fenici e quindi la nostra particolarità è
che nel nostro DNA c’è tanta roba. In questo senso siamo più “preziosi”
e poi c’è il cuore dove ci sono gli affetti più cari quelli infantili,
adolescenziali. In una terra che dal 1860 in poi è diventata un punto
fermo di tanta problematicità, purtroppo, diventando anche una questione
meridionale. Per cui ogni tanto bisogna puntarli i piedi per i nostri
diritti.
D. Quali differenze la colpiscono fra la Catania di ieri e quella di
oggi?
R. La Catania di ieri è quella della mia infanzia. Io ho oggi 61 anni,
sono nato nel ’46 a fine guerra; sono stato un festeggiamento amoroso di
fine guerra fra papà e mamma e sono venuto col sorriso, il sorriso di
fine incubo. Certamente non ero un ragazzino come quelli di oggi. Sono
stato sempre un ragazzino e poi un uomo che ha sempre avuto tanta
curiosità che non è un guardare dalla toppa ma è una curiosità di vita,
di letture, di cercare di capire, di cercare di incamerare quanto più
roba possibile che non basta mai per la vita. Allora ero un bambino
sano, nato al Fortino ultimo di sei figli con papà e mamma, lei
casalinga e lui pasticcere che hanno mandato tutti i figli a scuola. Ho
avuto un papà che mi ha dato da subito un segnale che è quello della
dignità e del rispetto verso il prossimo e se possibile regalare a
chiunque un sorriso. Questo è per me molto importante.
La differenza c’è: allora era una Catania dolente di fine guerra, ma
speranzosa; tutti lavoravano, sembravano non esserci divisioni di
classe e per chiarire questo concetto – mi ricordo – che allora la
Pasqua si celebrava di giorno ed era bellissimo perché di colpo alle 12
la città era in festa con uno scampanio interminabile e, tutti quanti
alla luce del sole sentivamo il bisogno di abbracciarci, di darsi la
mano. Un momento magico! E non è che non ci fossero i problemi: si
usciva dall’incubo della guerra e si pensava: non accadranno mai più
queste cose e invece…
Oggi Catania è brillantissima ma lo è sempre stata nei secoli una
città culturalmente molto viva, molto presente, piena di tanti fermenti.
C’è un’intelligenza brillante – come dico io – viva con i giovani e la
maggior parte, se non tutti, non stanno mai fermi un momento e si
impegnano a trovarsi un lavoro. La disponibilità del catanese, la sua
capacità emotiva ed intellettuale è sempre viva, presente anche se
questo non toglie niente a quel bubbone che si chiama mafia, pizzo,
legame fra criminalità organizzata e politica; scolasticamente
dovremmo – soprattutto noi – sempre più parlare ai ragazzi lasciando di
ciò memoria ma anche riflessione perché è da lì la chiave di tutto.
Credo che nelle scuole si debba lavorare perché bisogna abituare a
parlare ad alta voce ma con civiltà rispettando l’interlocutore ma
fermamente convinti dell’arma della indignazione. Perché è
l’indignazione che oggi non trovo.
D. Attore di teatro ha fatto tante esperienze in televisione, cinema,
ma oggi ritorna con uno spettacolo pirandelliano “L’uomo, la bestia e la
virtù” in cui ha dimostrato di essere l’erede dei grandi maestri della
tradizione attorale siciliana. Risponde ai suoi obiettivi?
R. Intanto la ringrazio per la sua squisitezza di usare una frase così
altisonante dei grandi del passato. Sono onorato, la ringrazio.
Sono nato, teatralmente, senza nulla sapere ma per curiosità a 14 anni
alla inaugurazione dell’allora Ente Teatro di Sicilia capitanato
da Turi Ferro, Umberto Spadaio, Ida Carrara,
Eugenio Colombo, Michele Abbruzzo e con un uomo importante,
un grande condottiero, culturalmente per la città di Catania Mario
Giusti che traghettò L’Ente Teatro di Sicilia in Teatro Stabile di
Catania nel 61 e mi sono trovato, per circostanze che la vita mi
spiegherà, in questa struttura per dieci anni iniziando con niente
poiché – come si sa – nell’età adolescenziale siamo tutti come delle
spugne – magari non ce ne rendiamo conto – in quel momento poi sarà la
vita a spiegarci come le gocce che escono da questa spugna conservino
quell’antico sapere.
Pensi la fortuna che ho avuto: scolasticamente sono un ex insegnante di
disegno e di storia dell’arte che no ha mai insegnato. Con una fortuna
in più anche umana oltre che artistica di crescere con persone che sono
Mario Giusti che mi ha fatto capire che cosa è lo spettacolo;
Turi Ferro che mi ha dato la disciplina, la preparazione che bisogna
avere, la necessità dello studio continuo, l’umiltà, la disponibilità,
la capacità di un attore di sapersi spogliare ogni volta e di vestirsi
con un’altra anima, quell’anima che rappresenta di volta in volta; poi
Salvo Randone con cui ho lavorato per parecchi anni.
In quell’età adolescenziale “sucavo” – come si suole dire – assorbivo e
qualcosa di buono – oggi posso dire - l’ho incamerata. E poi l’apporto
artistico che ho avuto da Giuseppe Fava un uomo straordinario
vigliaccamente ucciso a Catania. E questo fa parte del discorso di
prima sulla memoria perché se i nostri figli possono star bene nel
futuro lo debbono a persone come Fava, Falcone, Borsellino e i
tantissimi poliziotti, carabinieri che hanno accompagnato queste
persone. E infine per ritornare al discorso della mia infanzia al Teatro
Stabile con i testi di Sciascia e a tutto quel materiale umano non posso
dimenticare: Franco il siparista, un uomo che di giorno faceva il
netturbino ed era appassionato di teatro e la sera era quello che
chiudeva il sipario: ma non era solamente uno che tirava le corde perché
chiudere il sipario è un’arte anche quella, si deve avere una
capacità di tempi scenici nella mano e nell’orecchio in sintonia col
pubblico che ancora applaude mentre sta per finire lo spettacolo. Era
una persona magnifica. Questa mia ricchezza mi ha fatto capire sempre di
più…
D. …e che lei non ha sperperato…
R. …se c’è una cosa che non sarò mai capace di sperperare è proprio la
capacità di sapere osservare, di sapere ascoltare in un paese dove si
parla tanto e si ascolta poco.
D. Lei è un attore che conosce le risorse del comico e i tempi
scenici per realizzarlo e, inoltre cimentandosi con Pirandello ha
giocato con il grottesco che è la deformazione del tragico; continuerà
su questa strada e perché?
R.
I testi importanti per i contenuti importanti, la riflessione su questi
temi sono di un signore che è un premio Nobel che ha vissuto e capito la
macchina teatrale come e assieme a Martoglio, Capuana, Verga e
quindi sapeva cogliere della macchina teatrale ogni cosa. Altro fatto
importante è la parola di Pirandello. Egli è l’autore più
siciliano che l’Italia può avere avuto ma anche il più europeo e quindi
attuale da questo punto di vista tanto è vero che
“L’uomo, la bestia e la virtù” la commedia che io porto in
giro è una commedia che sembra scritta non ieri ma oggi; temi oggi
attuali sono l’ipocrisia, il perbenismo borghese, il pregiudizio
rilanciati da una parola così ben scritta, con una struttura nascosta
dietro il dialetto, e cioè Pirandello costruisce una frase perfettamente
in italiano ma per un siciliano, che sappia leggere, tutto questo è
costruito esattamente sulla struttura di una frase dialettale. Quindi il
sapore è quello, il modo di esprimersi è quello, forte, importante,
profondo; probabilmente erano anche i suoi fantasmi nelle varie commedie
o drammi che lui ha scritto: l’uomo, la maschera, il loro rapporto con
gli altri, la donna, l’apparire, l’essere, l’identità, l’altro. Mi è
sembrato giusto oggi ritornare su Pirandello perché il pubblico vuole
avere il piacere della parola detta - a parola sa sapiri diri - che non
è tantu ppi diri con la mediazione dell’attore. E la capacità
dell’attore dev’essere quella di andare a trovare quell’anima di quel
personaggio, di quel tal altro che non è scritto in nessuna
sceneggiatura in nessun copione: è questa la chiave di un interprete. E
quindi intendo il teatro affidato alla parola, alla fascinazione della
parola che l’attore dà allo spettatore e aggiungerei il piacere della
scenografia della musica, dei costumi ben disegnati, ben realizzati in
cui si esalti la linea, l’eleganza, la qualità, e i miei colleghi, gli
interpreti che devono essere possibilmente megghiu di mia, sottolineo
così l’importanza della tipizzazione dello spettacolo per concludere che
tutto dalla locandina alla qualità della promozione deve essere offerto
al pubblico con un linguaggio chiaro.
Lei che ha visto lo spettacolo ha anche notato un fenomeno rarissimo – a
proposito della sete di teatro o del cchi fa finiu? che il pubblico fino
alla fine di tutti gli applausi – che sono tantissimi – rimane seduto…
D. …sono stato fra questi…
R….vuol dire che c’era il piacere – talmente tanto – di prolungare
l’emozione. Una sera uno spettatore alla fine mi chiese il bis. Invocava
“bis!bis!”.
D. Riferendomi alla sua corda civile, alla sua componente
etico-pedagogica nell’affrontare determinati argomenti e determinate
situazioni direi che è una necessità dialogare col pubblico perché – fra
l’altro – sappiamo tutti che il pubblico è una delle componenti dello
spettacolo e senza il pubblico non si va da nessuna parte…
R. tutto quello che deve accadere – come le ho detto poco fa per un
altro tipo di risposta- la scuola; è la scuola. Debbo dire che in molte
città c’è questa educazione…
D …l’altro ieri lei è stato un ottimo maestro con i giovani
R. quando parlo della scuola parlo proprio delle elementari
D. ma anche dell’Università
R. l’università è già un percorso fatto. Io parlo di prima
D. ma anche l’università per le lacune che ha…
R. certo. Il problema è grande. Ma allora le dico :- le pare normale che
un ex Presidente del consiglio abbia detto che la spesa culturale sia
una spesa e non invece che la cultura sia un investimento per i nostri
figli e non può mai essere una spesa. Quindi è la scuola. Cosa che già
avviene nei paesi vicini come la Francia, la Germania, l’Inghilterra; li
è normale e si educa il gusto. Tutto sommato il mondo è cresciuto con la
capacità dell’anima di crescere con le musiche di Bach, Hajden,
Beethoven e così via come è cresciuta l’anima leggendo pagine di
Shakespeare e di altri. E la macchina scuola che dobbiamo rivedere.
D. L’incontro con Pirandello reputo non possa rimanere limitato a
questo spettacolo; mi vuole dire quale sviluppo avrà?
R. Intanto “stiamo in salute” . Porterò ancora per un anno, per le tante
richieste, in giro per l’Italia questo spettacolo. Ci sono tante
proposte ma io ci vado calmo. Sono in questo mestiere da 42 anni. Le
idee quando arrivano con i collaboratori e uno che stimo moltissimo è il
regista di questo spettacolo,Fabio Grossi, con cui ho condiviso
l’idea che mi ha portato…
D. si avverte questa sintonia fra lei e la regia….
R. Assolutamente condivisa da me e anche da tutta la compagnia; c’è
un'amalgama….
D. dico lei perchè lei- mi pare – che assommi questa anima della
compagnia.
R. Si è vero – verissimo - Vi sono delle idee – ma come dico io calma e
tranquillità.
D. Cu nesci arrinesci! Dice un vecchio proverbio nostrale. A parte il
caso suo, le chiedo: per un attore è necessario lasciare Catania per
affermarsi?
R. Ci sono delle professioni che hanno bisogno di mettersi in una zona
geografica dove quel lavoro ha una continuità. In questo caso sì. Ma non
è il fatto di uscire o non uscire io quando sono andato via da Catania-
dopo i miei fantastici 10 anni- sono andato via non per rimostranze,
perché quegli uomini, con in testa il meraviglioso Mario Giusti, mi
avevano fatto capire che l’attore non può rimanere impiegato in una
struttura di teatro; con tutto il rispetto per gli impiegati. Perché
l’attore è colui il quale deve guardare, osservare, mettere nei
cassettini dell’anima la vita, il mondo, girare, sapere,chi piu’ sa di
piu’ può dare perché al momento opportuno al momento tiri fuori quel
ricordo o quell’altro e proprio perché Catania non ha una struttura
professionale tale da incamerare tutta una serie di professioni quale
cinema, televisione, radio, romanzi sceneggiati; lo fa, ma lo fa in
maniera simpatica in cui ci sono spiragli di professionalità.
Non è questa la macchina, non è questo il cavallo di troia. Altre
professioni quale ingegneria o studi scientifici hanno la necessità di
confrontarsi con il mondo, necessità di sapere per andare avanti. CU
nesci arrinesci va bene, ci piace questa cosa perché ci ricorda i nonni
ma dietro questa frase credo ci sia qualcosa di importante cioè, spesse
volte, ci sono dei giovani- naturalmente parlo sempre di Catania ma non
solo, ma Catania ha questo cinismo nascosto – fra cui se c’è, in un
gruppo, uno che ha delle idee e che vuole fare e gli altri non volendo
fare vogliono riportare l’altro alla loro misura allora per non darci “u
saziu” dicono “ma cchi vu fari ?” e vogliono abbassare volutamente la
qualità di chi sta loro di fronte- perchè vogliono che quello sia uguale
a loro. Ecco c’è questa equiparazione. E qui sta nella qualità,
nell’abilità, nella voglia di rincorrere i sogni- sempre che i sogni non
siano visti come sogni ma come probabile realtà. Bisogna volere a tutti
i costi non fermarsi sullo scoglio e dire “Che bello questo scoglio, 'a
caponatina, la salsa della mamma, il sole, il mare.” Tutto questo lo do
per scontato perché chi direbbe che il mare è brutto e così via.
Preferisco guardare oltre lo scoglio la parmigiana e dire “ chi sa che
c’è oltre lo scoglio e io debbo andare a vedere.” Mi devo confrontare .
Avere il piacere del confronto nella vita. E anche se alle volte si
prendono delle porte in faccia: la porta in faccia fa capire ‘ca dda
c’era ‘na porta.